Lavoro, cuore, futuro. Torno a rifugiarmi nel mio weblog. Mancavo da giugno. Era lì che chiamava. Urgente, per l'anima. Molto meno, però, del dispendioso acquisto di una casa. Meno di un lavoro che ha rischiato di divenire precario. O passato. Meno di una storia d'amore, splendida, che si chiudeva, e di un'altra, impegnativa e straordinaria, che si apre. Il blog chiamava: perchè non era mai stato quello che avrei voluto. E perchè sulle pagine di Satyra, l'ultima storia impressa era quella di un idolo. Perchè ne puoi avere, anche intorno a 30 anni. Perchè puoi sentirti tradito. Da lui e da tutti quelli che avevi ammirato per coraggio, forza, sacrificio.
Torno a ricordare Marco Pantani. Come per tutta la serata di sabato, fino a quando non è finita la diretta a lui dedicata da Sky Sport. Da allora mi sono imposto un silenzio informativo molto rispettoso e un poco censorio. Non volevo sentire cazzate morbose, gossip spinto, esondazioni di reterica. Mi sono dedicato solo alla lettura di Gianni Mura, onesto, distante quanto basta, e lucido. Uno che segue solo i grandi giri, e con maestria.
Uno che poteva conoscere Pantani, ma non come i giornalisti al seguito della carovana per tutta la stagione. Quelli che sapevano e non dicevano, sapevano e non consigliavano o non denunciavano con la giusta forza. Il vizio del Pirata. Il doping che c'era e c'è, ma che nessuno prova a scoprire davvero. Questa è l'unica colpa di chi fa informazione. Soprattutto di coloro che seguono da vicino un evento o uno sport, ma così vicino che se apri bocca rischi di non lavorare più.
Quando un ragazzo, un amico di tutti viene a mancare in questo modo, discorsi e analisi scivolano alla ricerca di colpevoli. Legittimo, umano soprattutto. Io non so di chi è la colpa. Retoricamente, di tutti e di nessuno. Della famiglia. Degli amici. Dei conoscenti. Dei colleghi. Dei media. Forse non di noi tifosi (come scrivevo quasi otto mesi fa): noi vogliamo imprese, successi, leggende.
La colpa, forse, è stata solo di Marco. Debole di fronte all'ingiustizia. Debole di fronte al tradimento. Debole nel rifiutare di fare chiarezza sul suo ematocrito quel giorno del giugno '99 a Madonna di Campiglio. Avrebbe sputtanato il ciclismo. Avrebbe smitizzato gli eroi della bicicletta (magari avviando un processo di pulizia che per una volta partiva proprio dagli atleti). Ma ci avrebbe regalato il successo di tappa più bello. Ora, Marco, ci hai lasciato tristezza, lacrime e tanti ricordi. Salite coraggiose e discese spericolate.