Stasera la Roma è morta. Soffocata da un amore intenso e isterico. Già malata a causa dei debiti, soffocata dall’affetto del suo presidente tifoso che ha inseguito per anni le squadre del Nord spendendo e sacrificando il suo patrimonio personale.
Sofferente per l’isteria dei suoi giocatori, incapaci di accettare il verdetto del campo - polemiche con gli arbitri abitudine consolidata, risse europee all’approssimarsi dell’eliminazione dalle coppe (Leeds, Liverpool, Galatasaray, Villareal). E dei suoi leader, incapaci di essere uomini, se non nel bullismo, mai nel dialogo e l’assunzione di responsabilità.
Stasera il colpo di grazia dei tifosi, innamorati e recidivi, alla terza e definitiva prodezza in sei mesi (dopo il derby interrotto e il lancio di oggetti nella sfida scudetto col Milan).
Inutile pensare alle difficoltà tecniche, con un allenatore che non è tale, con una preparazione fisica scadente figlia del drammatico e toccante addio del precedente tecnico, con l’assenza di una minima organizzazione tattica. Dimentichiamo anche un arbitro mediocre, di scarsa tenuta atletica e predilezione per il gioco duro ma non per i piagnistei all’italiana.
Rimangono una squadra ed una società in ginocchio. Un progetto tecnico debole, nonostante i giovani. Fuori dall’Europa, per quest’anno e per chissà per quanto. Con un futuro economico reso ancora più fragile. E scarsa credibilità per un investitore e per un sincero innamorato.