Domani, mio cugino torna a casa sua a Los Angeles. Lì vive, da 6 anni, circa (ho perso il conto). Riparte con sua moglie e un frugolo di 8 mesi.
Cinque anni più di me, è sempre stato il mio "cuginetto" preferito, anche se col tempo ho legato più col maggiore, più vicino a me per carattere, più razionale e "quadrato".
Parte, e la cosa mi fa male. Non so cos'è, Forse saperlo lontano (ma se fosse stato a Roma, lo avrei visto ogni 3 mesi). Forse i ricordi di quando eravamo piccoli. Lui che ti parlava della Roma, della causa irlandese, dei palestinesi, lui che mi ha fatto ascoltare The Queen Is Dead degli Smiths. Lui sempre in fuga, sempre brillante, perito agrario (?!?), studente di giurisprudenza fallito, allievo ufficiale dei bersaglieri, portiere d'albero e due storie d'amore buttate via. Lui capace di innamorarsi di un'americana in vacanza in Italia, attravere l'oceano, decidere di fare le valigie con un bagaglio non troppo pesante (niente cappotti e maglioni pesanti, sai, il clima...). Lui e il suo piccolo erede di 8 mesi dal nome itaiano, che nel presente ha un doppio passaporto e nel futuro una scuola privata dove imparare la grammatica italiana.
Mi guardo intorno, in questa casa che sto per lasciare perché la vita mi sta regalando l'emozione più grande: la gioia di un amore da vivere e nutrire giorno dopo giorno. Mi guardo intorno: nella mia casa c'è stato anche mio cugino, durante il penultimo viaggio in Italia, 16 mesi fa (ho sempre amato "calendarizzare" i ricordi). C'era stato anche 6 mesi prima, quando mancavano i quadri sulle pareti (non che ora ce ne siano molti) e i libri erano impilati sul pavimento.
Mi guardo intorno e mi fa male. Eppure nei suoi 15 giorni italiani lo vedo sempre meno; lui sempre in giro, stretto fra parenti ed ex compagni di scuola, amici, ex allievi, ex colleghi. E ci parlo sempre meno, fra bambini nei primi mesi di vita (nipoti) e genitori sempre più vecchi (nonni e zii), quasi compiaciuti di goderci il calore rumoroso e chiacchierone della famiglia (20-30 anni fa succedeva ogni domenica). Brevi aggiornamenti, fra cuore e lavoro, fra Roma e politica.
Vorrei rapirlo e raccontargli la mia vita, farmi raccontare la sua, nella sua casetta americana, con giardino americano, i barbecue della domenica americana, il football e i basket americano. Lui, che fruga nel mio ipod, americano e non conosce nessun cantante, nessun gruppo: sono tutti americani (almeno Johnny Cash sa chi è)...
Posso sempre provarci con la posta elettronica, o con il telefono; ora c'è anche skype. Ma a quanto pare non sono i nostri mezzi preferiti (vivo di mail nel lavoro, non ne scrivo una che sia privata, e poi per telefonare c'è sempre il problema del fuso orario: lui torna dal lavoro e io dormo). Mi tocca andare lì, lo so. Guiderò nella città dei Chips, comprerò cd nel paese del rock, guarderò sport americano in tv e dal vivo :-) E voglio andarci con Blimunda!
Intanto lui parte, e la cosa mi fa male.
E ancora non so perché. Forse è la vita, forse è solo un po' di me che se ne va, come cantano gli Afterhours.
Buon viaggio, Ale.