I dreamt we were standing
by the banks of the Thames
Where the cold grey waters ripple
in the misty morning light
Held a match to your cigarette
Watched the smoke curl in the mist
Your eyes, blue as the ocean between us
smiling at me
I awoke so cold and lonely
in a faraway place
The sun fell cold upon my face
The cracks in the ceiling spelt hell
Turned to the wall
Pulled the sheets around my head
Tried to sleep, and dream my way
back to you again
Count the days
slowly passing by
Step on a plane
and fly away
I'll see you then
as the dawnbirds sing
On a cold and misty morning
by the Albert Bridge
Malinconia e conforto. Amore che va e che viene. La prima volta che l'ho sentita facevo i conti con la fine dell'adolescenza. Diciannove anni inoltrati e dopo pochi mesi non sei più teenager. Quell'età, invece, è dilagata molto oltre, ma siamo in Italia (lo so, è solo un mediocre modo per giustificarsi). L'estate sulla costa nord del Lazio scivolava ormai dentro settembre inoltrato, e in una notte senza sonno ascolto alla radio questo pezzo dei Pogues.
Li conoscevo, questi irlandesi scanzonati (che bello, finalmente posso usare l'aggettivo "scanzonati", credo non mi sia mai successo). Impossibile non muovere il culo, dopo aver prestato il culo alla loro canzone più travolgente ed eccitante, che non a caso si chiamava Fiesta. Una corsa precipitosa e multilingue, condita di "maccarroni", "kalamari", "brandy e mezze Corona". Ma oltre al cazzeggio, nei Pogues c'era pure la poesia, debitrice della tradizione celtica. E un'anima profondamente Clash.
Misty Morning Albert Bridge è infatti l'altro volto dei Pogues, quello lento ed emozionante, con un ritmo di nebbia e umidità, di fiati e cornamuse. Non ho mai sofferto di Mal d'Irlanda, anche se il fascino delle isole britanniche lo sento, soprattutto dell'Inghilterra, delle cittadine e della campagna, e non so perché.
Poi, come resistere alla voce di Shane McGowan, i denti che cadono uno dopo l'altro, le corde vocali nutrite a suon di nicotina, innaffiate da pinte di birra e bottiglie di whiskey. A un certo punto, lasciò i Pogues (o fu costretto a farlo dagli altri) e ci provò coi Popes, una versione troppo stanca e ubriaca di quello che s'era sentita prima. Nel 2001, poi dal 2004 fino a oggi, gli innamorati sono riavvicinati, in poche, selezionate e belle occasioni.
Per uno che oggi ha preso il sole su una spiaggia in riva al Tevere fra ponte S.Angelo e Ponte di Nona, l'aggancio può sembrare contorto. Ci tornerò di notte, in inverno inoltrato. Non sarà Londra, ma lo stereo suonerà lo stesso, orgoglioso.
La festa è un po' riuscita. E un po' no. Ma ci avvolge di emozioni. Nella serata che brinda agli 80 anni della Roma, mi rimane in testa una canzone, interpretata da Tosca nella sera dell'Olimpico. Un classico della canzone tradizionale romana, scritto da Romolo Balzani e Ciro Scarponi. Ripresa un paio di anni fa anche dagli Ardecore, nel loro omaggio da sogno alla cultura cittadina.
Si addice anche a una squadra di calcio. Ma io ho in mente un'altra dedica.
Ma come poi dormi',
co' 'st'aria imbarzamata,
tesoro vie' a senti',
'sta bella serenata.
Te voio fa sape', quello che sei pe' me...
sei la gioia, la vita e l'amore...
De 'sto core che soffre pe' te.
Il monaco ci accoglie. Pochi, rapiti. La notte di Villa Ada, d'un fresco sorprendente, regala un abbraccio inaspettato. Ma a carezzare la pelle, fino a scuoterla, è la scarna rilettura di alcuni pezzi del reportorio CCCP-CSI-PGR, poesie e declamazioni.
Incessante preghiera che mormora al cielo
Del tuo monastero perduto dimmi la bellezza dei gesti e dei colori
Che ti hanno traversato e che hai riflesso
"Pascolare parole, allevare pensieri" è un concerto intimo, un modo di fare i conti col tempo. La Storia miserevole dell'uomo, la fierezza di una esistenza semplice, gli anni di gioia-dolore-meraviglia, scanditi dal canto di Giovanni Lindo Ferretti, concerto dopo concerto.
Insolente promessa sciocca vacua solenne
Di bastare a sé...
Non tornerò mai dov'ero già
Non tornerò mai a prima, mai
Un violino che viaggia veloce fra i Balcani e l'Apennino tosco-emiliano, e salta fino al reggae, per chiudere il concerto. La fisarmonica se ne va sul palco con simulato disimpegno. Strumenti popolari, nati fra la gente, adottati dalla gente. E una voce potente, quasi lirica, ad accompagnare la litania di Ferretti.
E gli occhi tuoi mi rubano la luce
Perché tu possa splendere nei miei
Allora non rimane niente e te ne vai
Cori monastici, echi gregoriani di devozione secolare. Ongii è Mongolia, ma un monastero che potrebbe essere stato posato ovunque sulla Terra e nel tempo. Cupe Vampe suona come il solito pugno alle budella, le nostre di spettatori, quelle squarciate di chi non c'è più. Bolormaa prende per mano: in molti hanno voglia di abbandonarsi. Il viaggio che prima o poi..., la vita da aggiustare (Densamente spopolata è la felicità / Preziosa).
Un anno un mese un'ora perdutamente
Amami ancora fallo dolcemente
Solo per un'ora perdutamente
Non ricordo più tutta la scaletta. Chi volesse può integrare. Per chi c'era, è stato un dolce perdersi, definitivo, nella danza leggera di Amandoti e Annarella. Ritmici pensieri, sguardi che giocano a nascondino, fino a farsi "tana" serena.
La notte ci premia di promesse. E non vogliamo chiederle altro. Se non il canto di Ferretti. Ancora una volta.
Lasciami qui
Lasciami stare
Lasciami così
Non dire una parola che
Non sia d'amore
Per me
Per la mia vita che
E' tutto quello che ho
E' tutto quello che io ho e non è ancora
Finita
Finita...
"Bel cazzo de problema. Dove vuoi ritirarlo?".
"Beh, da chi me lo dà prima".
"Te lo davano prima quattro anni fa".
Tranciante e cinico come solo un romano, l'uomo della questura mi rimprovera di non aver ritirato il passaporto quando lo avevo richiesto, cioé quattro anni prima.
Avevo fatto tutto. Ma la consegna serebbe avvenuta solo due mesi dopo, e non a fine agosto quando sarei dovuto partire per Los Angeles. Da allora, per vendetta, il passaporto l'ho lasciato custodire alla Polizia di Stato. Vendetta che mi si stava per ritorcere contro. Perché dal commissariato di zona, dopo due anni, il libretto è stato risucchiato fino all'Ufficio passaporti
Perché non partii è questione di cuore. Un pezzo di vita piena di meraviglia nasceva, volevo gettarne le fondamenta. Quattro anni dopo, è ora di andare. Questione di finestre, infissi, forse muri portanti, mancanti. O forse un mattone vacante, proprio per quel viaggio non fatto.
"Quando parti?"
"A fine ago... A Ferragosto". Mi correggo in tempo.
"Andiamo in archivio".
Ci incamminiamo. Rido sotto i baffi. E' stato più facile del previsto, penso. Solo tre ore di fila, insieme a centinaia di vacanzieri smemorati. E di gente che se ne va a lavorare all'estero. Ma non è la nota "fuga dei cervelli". E' solo che, con una dichiarazione di assunzione di un'azienda americana o australiana (magari scritta ad arte da un parente o un amico), il pasaporto te lo danno d'urgenza.
Due passi e... "Hai precedenti penali?"
"Credo di no"
"Che vor di' credo?"
"Beh, a meno che non sia successo a mia insaputa...".
"Che cazzo significa. O sì o no".
L'approccio sciolto e spiritoso col concittadino tutore dell'ordine fallisce. Mi affretto a chiudere la questione: "No, no".
Anzi vorrei aggiungere "Sono un giorn...", quando mi rendo conto che del giornalista ho solo il tesserino e che dopo il G8 il mestiere è ancora meno simpatico alla PS, potrei vanificare quattro anni di attesa molto disinteressata. Per recuperare, penso di raccontare la questione di cuore. Ma lui si infila in archivio.
Nei quindici minuti di attesa, immagino il libretto color marrone sparire irrecuperabilmente tra i faldoni, inghiottito dalla polvere di uno scaffale datato 1956. E la sua uscita scuotendo il testone.
Novecento secondi dopo, appongo la firma sul registro, ringrazio, dico "Arrivederci" (rendendomi conto che, a meno di reiterare la stronzata, non lo vedrò mai più in vita mia) e, appena girato l'angolo, alzo al cielo le 32 pagine, come un maoista.
Cazzarola, quanto ero giovane nel 2003. Sembro la versione buona di Charles Manson. Un bel visto per sbarcare a Los Angeles...
Siccome in certi giorni succede poco e niente, ma in altri molto, qualche ora prima avevo emesso (dopo ritocchi manzonani) il mio cv aggiornato, e consegnato in mani che avranno sempre la forma e l'eleganza dell'amore. Sei anni e due mesi nello stesso posto di lavoro sono abbastanza. Per uscire a vedere che tempo fa, per mettere il naso fuori, per mettersi alle spalle 36 anni.
E stasera si chiude con Giovanni Lindo Ferretti a Villa Ada: "Pascolare parole, allevare pensieri". Da qualche settimana ne sto carezzando molte, ne sto curando molti.
Viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti
Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Scrivere i testi delle canzoni su un blog ha qualcosa di adolescenziale. Come una volta si faceva sul banco o sui muri. Coi Marlene Kuntz viene molto bene. Perché si sono affermati scrivendo a splendide canzoni per quella fascia di età (italiana) che va dalle sedicenni agli universitari fuori corso. E continuano a farlo. Solo per loro.
Ti avvicinasti piano / col pathos di un notturno: / sotto il sole un pieno di gente, / ma si fece buio presto intorno (L'inganno)
Fortuna che un blog ha tanti significati, più o meno nobili: dal narcisismo alla terapia, fino alla condivisione. In nome delle ultime due (o forse anche della terza), ho voglia di raccontare qualche impressione del concerto di Roma, ieri a Villa Ada. Sin troppo breve, intenso abbastanza.
Il mio naso sulle tue palpebre / (serrande alzate) / che non sanno se chiudere / la bottega in cui le fate / hanno lo sguardo immoto / sul dormire che non giunge. (Serrande alzate)
Cristiano Godano mi ricorda quei compagni di classe o quei colleghi che con la penna sapevano fare di tutto. Ma soprattutto riuscivano a scuotere con la parola ricercata, l'accostamento coraggioso. Sparsi ad arte, per scuotere l'emozione. Un ripiegamento coraggioso, ma a volte scivolosamente agevole. L'apprezzamento, un mezzo voto in più assicurato. L'effetto ermetico che vince sulla semplicità.
Entro in quello che vedo / e la penso rivolta verso di me / "Vedi lo stesso disegno?" / le chiedo giocando a far l'altro e non me (Schiele lei e me)
Ma i Marlene sono anche lirismo esile. Letture profonde e interpretazioni intime. Un apprezzabile sforzo di consegnare alla memoria termini ormai non di tutti i giorni, come "lubricità, "esiziale", "oblio". Un suono che dagli echi debitori dei Sonic Youth è approdato a una sostanza ricca, poderosa fino almeno al penultimo disco, tempi medi ma pieni. Con l'impressione, però, che l'interpretazione personale abbia sconfinato nella maniera. Alta, ma sempre maniera.
Spesso vorrei la magia di quegli odori / che ci univano al cielo / Oh non temo la nostalgia / anche se sento di essere sempre più il solo (Trasudamerica)
La sera di Villa Ada piace, ma sa un po' di celebrazione. Giustificata, perché no. Manca Nuotando Nell'Aria, probabilmente riservata a un bis lungo che non c'è mai stato (questo varrà anche per le altre considerazioni). Si pesca da Catartica e da Il Vile (otto pezzi in tutto). Festa Mesta tira ancora il pogo, Trasudamerica è uno scatto su un viaggio mai fatto, ma dove ti sembra di essere stato.
e raro come l'arcano da serbare / e prezioso come un mare da salvare / a proposito della mia vita (L'agguato)
Nulla da Ho Ucciso Paranoia (sempre che la memoria non faccia scherzi). Curioso che l'album dal suono più maturo e dai testi più amari non venga suonato. I Marlene attingono invece da quelli seguenti, i consolidati Che Cosa Vedi e Senza Peso, e l'ultimo, poco convincente, Bianco Sporco.
Quanto fa male lavorare al male che compare / a causa dei miei vuoti d'anima / Sento l'inutilità obbligata delle scuse solite: / il mio costume, la tua rabbia su di me (Come Stavamo Ieri)
La ninna nanna di Serrande Alzate assume nuovo significato dopo sette anni, mentre La Canzone Che Scrivo Per Te, anche senza Skin, è un piccolo classico, di quelli che alla fine ti scopri a mettere sopra il lettore ottico del cd con regolarità, e Godano prova a giocare con la voce. A Fior Di Pelle ha il solito carico di sensualità, per niente messa in discussione dall'umidità del laghetto circostante, "Schiele lei e me" e "Laura" hanno bellezza e, finalmente, il peso della maturità. Dall'ultimo disco si cerca di salvare il meglio, come L'Inganno e Il Solitario. Ma soprattutto la canzone che congeda il pubblico, Bellezza. Una dichiarazione di poetica.
Ma ora ho in testa il viso di qualcuno più speciale di me, / che sa cantare ma ha più stemmi da lustrare di me...e questo è il tuo svago. / Per quel che mi riguarda sei un continente obliato. / Per quel che ho visto in fondo mi è piaciuto. / Questa è la canzone che scrivo per te: / l'ho promessa ed eccola. / Riesci a scorgerti? Non ci sei più, / dopo che ti ho conosciuta (La canzone che scrivo per te)
Nell'aria, c'è l'attesa del un nuovo disco, in arrivo in autunno. E qualche punto interrogativo per la recente notizia dell'addio al basso di Gianni Maroccolo, padrino e poi compagno di viaggio degli ultimi tempi. Marok torna a nuovi e vecchi amori (Ig e Pgr), i Marlene Kuntz si mettono alla ricerca di un bassista per sostenere la prossima tournée.
E scrive, scrive, scrive tutto quanto / e non si sbaglia mai, / con la precisione / del poeta che non sbaglia mai / E chi la leggerà / e si innamorerà / sicuro troverà / da qualche parte scritto / "E' troppo tardi...Laura" (Laura)
Maroccolo era lo zio che ti porta a fare nuove esperienze. Ma quando di vita in giro ne hai vista un po', quello zio può esserti utile per una dritta sul parcheggio e raccontarti com'era quella piazza ai suoi tempi. Per un gruppo che ha sei dischi e 12 anni di vita alle spalle, la presenza di un monumento della musica indipendente italiana è stata una inevitabile ricchezza. Che però li ha spinti, troppo cresciuti, a cristallizzare uno stile.
Il solitario, in gran miseria di calorosità, / sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà / e non si chiede come tutta la faccenda finirà. (Il solitario)
Intellettuale e razionale. Sin troppo. Contorcimenti della testa, della penna e del cuore. Invadono il campo dal compiacimento. Parlando di viscere, ma davvero sentite, toccate? Ecco cosa mi è piaciuto di Godano e dei Marlene (oltre a un rubusto suono rumoroso). Ecco cosa non mi piace ora. Questioni di gusti personali. E di ciò che non vorresti più essere.
E forse, magari è vero, mi piacerebbe di più scivolare su tutto. / E forse, magari è vero, converrebbe di più essere semplici in tutto. / E forse, mi pare chiaro, funzionerebbe di più vivendosi bene tutto. / E forse, anzi: sicuro, io so che non riuscirò a fare questo del tutto. / Mai. (Mondo cattivo)
PS: post contorto alla Godano, ma senza lirismo ;-)
Bellezza
Noi sereni e semplici o cupi ed acidi,
noi puri e candidi o un po' colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti ed abili
o spenti all'angolo:
Noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi)
Se parti da Roma, il viaggio comincia dall'uscita Soratte sull'A1. O da Vicovaro per chi va ad Est, o Colleferro a sud. Insomma, sei davvero partito quando non ricevi più Radio Rock. A quel punto, la parola passa ai cd.
Io non tremo
E' solo un po’ di me che se ne va
Fino a Roncobilaccio mi sento a mio agio. Messo piede in Emilia-Romagna, sembra quasi di entrare in un mondo che sento più avanti della Capitale. E forse lo è davvero.
È allora, nei Roncobilacci che incontri lungo il cammino, che capisci che non è più casa. Finisce la retroflessione del pensiero. Si guarda avanti. A ciò che ti aspetta, non più quello che hai lasciato.
Verrò come un rapace
a mutilare la pace
dentro nel tuo cuore, e poi
se vuoi la mia reazione
e sia
Le zanzare e il traffico. La provincia di Pordenone è infestata dall'insetto. Il tempo di prenotare un agriturismo dall'ufficio turistico di Sesto al Reghena che rimpiangi la zanzara tigre romana (a proposito, che fine ha fatto? Poi dicono che Veltroni come sindaco non ha fatto qualcosa per la città). Intanto, la crew prepara il palco per il concerto serale degli Afterhours nell’Abbazia.
Cristo fa che lei non sia qua
non è chiaro, si lo so
ma è una dote che non ho
Per fare
Sei un grande predatore dentro la mia testa
Che uccide solo per gioco
Ma in questo sei mia complice
Sia bene inteso, si va in bicicletta anche all'una di notte. Anche perché si possono fare chilometri senza incrociare una macchina. Se, come me, hai bisogno di un'informazione, dovresti dotarti di coraggio e della faccia contrita di un politico a funerali di Stato per citofonare in qualche casetta sul ciglio della strada. Sì, perché, naturalmente, è un susseguirsi di frazioni incollate ai due lati della via. Ognuna col proprio campanile superdotato, d'impronta veneziana.
Sai che io non penso più a nessuno
Sai che io non voglio più nessuno
Non ho niente dentro finché dentro tu ci sei
Per quanto riguarda i cartelli stradali sembra di stare in Calabria. Segui un’indicazione a un incrocio e l’incrocio dopo non c’è più. Il che significa che ci sarebbero meno possibilità di perdersi in Kurdistan. Anche perché voglio raggiungere il paese natio di mio nonno. Fatico ad accettare che non sia scritto a ogni rondò. Se è vero che tutte le strade portano a Roma, per un romano figlio di un friulano di Pasiano di Pordenone, tutte le strade dovrebbero portare a Pasiano. Ma non è così.
Pensi di avere un credo
poi lo adatti a quello che sei
L'agriturismo è un agriturismo, con tutte le modernità. Ma la vita scorre ancora contadina, come da secoli. Me lo dicono le unghie di O., che mi accoglie (ma scoprirò di averle sottovalutate), gentile come tutti qui. Il checkin vado a farlo nel pomeriggio. Aspettare il ritorno notturno dal concerto avrebbe sconvolto il ritmo di vita impostole dalla campagna.
Non c'è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?
beh, forse fa un po' male
Pare che mezzo paese porti il cognome del nonno, così mi dice. Lui è morto nell'80, il poco che ricordo è la caccia alle rane dalle parti della Regione Lazio (senza scomodare il ragazzo della via Gluck, 30 anni fa era campagna, ora è città), e la ritirata dalla Russia.
Non puoi scordare dove
son state le tue labbra
sai già come sarà,
ma non sai più chi sei
Mia nonna raccontava che tornato a Roma, fosse ripartito per il Friuli per sfuggire ai fascisti. Lei se lo andò a riprendere con mia zia di pochi mesi al seguito. Era l'unica memoria della nonna, ormai ridotta alla lucidità dell’ultimo Wojtyla, a parte dirci che i tedeschi che occuparono Roma non erano poi così disumani come quelli descritti nei film.
E un bacio sporco sa
Spogliarmi il cuore dagli incubi
Mia madre, che ha l'età di Patti Smith, ma naturalmente neanche un briciolo del suo sex appeal, ricorda una visita fatta nel ’70, in viaggio di nozze, e null'altro. La sorella ricorda ancora meno e l'unico fratello di nonno che potrebbe farlo, in realtà poteva essere suo figlio, vista i quasi vent’anni di differenza fra i due.
Sai finger bene
ma so che hai fame
non è niente
non è per sempre
Pare che nonno e nonna non ringraziarono mai quella la zia che li ospitò intorno al ‘44, non una lettera. Tipico della famiglia, dice mamma. Annuisco. Ora so da chi ho ereditato i difetti di comunicazione col prossimo. Nonno usciva di casa la mattina, ma non si sapeva mai a che ora sarebbe tornato. A vegliare, rimaneva la moglie e un piatto di pasta freddo, coperto da un altro piatto rovesciato, a cui veniva affidato l'improbo compito di mantenerne il tepore.
Ora so che ogni uomo trova la sua dannazione,
un rettile può cambiar pelle ma non cambia il cuore.
Ma soffri solo un po' per poi non soffrire più
Da nonno dovrei aver preso i capelli mossi e il colore, di sicuro le sopraciglia folte, alcune anarchiche e oblunghe. Pasiano è una quinta di casette appoggiate sulla strada principale, via Roma. Alcune in ristrutturazione, altre in costruzione, secondo i modelli architettonici del luogo. Tutte accomunate da colori pastello.
Com'è strano il sapore
che riesco a sentire
L’edicolante (sembra mia madre, ma qui tutte le signore sui cinquanta me la ricordano) mi dice che il paese si sta estendendo verso nord. Diciamo la parte “cittadina”. Quella agreste, ruota tutta intorno ad altre cinque frazioni. E sembra ferma agli anni ’30, quando la famiglia di nonno emigrò verso la Capitale.
Cosa farete quando la novità che rappresentate sarà finita?
vi appellerete all'inutilità della puntualità
Le nuvole hanno la vaga consistenza del fumo, fanno il solletico al sole che s'afferma prepotente. Sarà luglio, sarà il mare non lontano. Io mi sciolgo e gli occhiali s'incendiano, come neanche una settimana fa in spiaggia. I Prati Burovich di Sesto al Reghena sono una sorta di parco, semplice e naturale, tutto da passeggiare, realizzati rispettando le sistemazioni agrarie del ‘700, con la rete di canalizzazioni e gli alberi che li delimitavano.
Voglio vivere nel sole
per sentirmi più pulito
voglio vivere nel sole
non in questo enorme vuoto
Occupo una delle sole due panchine presenti nei sette ettari, l'invito al visitatore, infatti, è camminare. Sono solo. Non mi era mai capitato di essere solo in uno spazio così grande. Non sto a raccontare lo stormir di foglie, ché lo hanno fatto poeti per secoli. A parte le mosche che mi ronzano attorno, sento solamente uccelli, alcuni dalla voce non comune. Ne conoscessi uno... Quando atterrano e s'infilano fra le piante, smuovono quasi un rumore umano, che ti fa dispiacere per la fine della solitudine. Ma è solo un dispetto. Loro scendono, rovistano e poi se ne vanno. Cantano e urlano in modo così particolare, che mi sembra di stare in Totò e i fuorilegge, quando il principe de Curtis e Peppino de Filippo si travestono da Banda del Torchio e fanno voci di bestie, per spaventare Titina de Filippo.
La tua magia che muore
La mia magia che muore
In questo siamo complici
Ora che stringi solo un uomo immaginario
Non va meglio con le piante, anche se almeno riesco a individuare le querce, alcune tacitamente sagge. E un bosco di pioppi, slanciati e disciplinati (mi sono sempre piaciuti i pioppi, forse perché davano ombra alle vacanze in campeggio, forse per la loro compostezza). Saranno migliaia, camminandoci dentro ti aggredisce un fresco sapore di piante mai sentito. Vado ad annusare il tronco spezzato: il legno dal colore cremoso profuma di clorofilla.
Ho perso il gusto, non ha sapore
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Anche i grilli sono educati. Forse non sono fra i tipici abitanti della zona, e magari quello che ogni tanto mi richiama, ha sconfinato proprio come me. Tutto ciò che è acqua, qui, è praticamente fermo. Eppure le zanzare si mettono una mano sulla coscienza, o sul pungiglione. Invece le libellule si posano sulle piante, diventando sole e pensierose. Ma quando incrociano la rotta con un loro simile, fanno davvero scintille.
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c'è
Ce n’è una, parcheggiata su una foglia, che difende il suo spazio verde da una formica, prendendola a isteriche manate, i pesciolini ordinati come dei piccoli Nemo osservano, ma in realtà pensano ad altro, come tradisce uno di loro, che ogni tanto spalanca la bocca sott'acqua. Noia o fame?
Insomma, qui vanno tutti d’accordo. A parte, le anatre impegnate in pranzi dalle lunghe apnee.
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da se, fottendomi da me
Per quello che non c'è
L’abbazia di Sesto al Reghena è deliziosa. Il paese va orgoglioso delle origini romane, ancora di più di questo insieme di edifici, nato nell’VIII secolo dopo Cristo coi Longobardi, e cresciuto tra impulsi religiosi, veneziani e palladiani. Vanno fieri anche di alcuni affreschi che qualcuno ha osato pensare di attribuire a Giotto. Non è così (solo scuola padovana influenzata da Giotto), ma vale la pena darci un’occhiata.
La sicurezza ha un ventre tenero
All’agriturismo, si sta da favola. Circondati dal mais. Qui è tutto mais, e canali. Il clou paesaggistico è una strada sospesa fra un fiumiciattolo e i campi, a una decina di metri d’altezza. Larga quasi due macchine. Quasi. Al primo passaggio, vado a 30 all’ora, godendomi la vista e il pensiero di chi qui c’è nato, e sperando di non incrociare qualcuno che venga in senso contrario. Al ritorno, naturalmente, provo i 100 (ma si potrebbe fare meglio) sull’asfalto sinuoso. Per fortuna, sono ancora qui per raccontarlo.
C'è qualcosa di nuovo per te
E' sbagliato perché non ha limiti
E anche tu hai qualcosa per me
E' sbagliato ma ci rende simili
Si mangia ottimamente, con una vaga tendenza vegetariana. Tutto arriva dalla terra, compreso l’osso-collo, di cui fino a ieri ignoravo l’esistenza. E’ un pezzo di maiale che, invece di essere insaccato, viene surgelato e poi arrostito all’occorrenza. L’incontro fra carne e grasso Le vigne producono una serie di sfiziosi doc “grave”. Faccio scorta.
Guarire un po'
Sognare un po'
Amare un po'
Fallire un po'
Far male un po'
Mentirsi e poi
Tornare a sfamarsi un po'
La mia vacanza improvvisata sta per concludersi. O. non ne fa una da sette anni, da quando hanno messo in piedi l’agriturismo. Me lo confessa a notte inoltrata, quando rimango a chiacchierare con lei e il suo “moroso”. Hanno la passione per
C'è solo sangue
Solo sangue dentro me
C'è solo sangue
Solo sangue e non magia
Solo sangue e non va via
Quando lei mi chiede se io, nato e cresciuto a Roma, andrei a vivere lì, sorrido. Aspettavo
Lasciami leccare l'adrenalina
voglio cercare la mia alternativa
e la mia alternativa
è la scossa più forte che ho
Francesca, la figlia di uno dei fratelli che ha messo in piedi l’agriturismo, ha più o meno due anni. I capelli biondissimi, una mezza lunghezza molto tedesca, gli occhi tondi e celesti come quelli di un coniglio. Ogni volta che mi vede mi saluta. Ripete i suoi “ciao”, finché non me ne vado. Quando invece è lei che si allontana con la sorellina di poco più grande, continua a camminare con lo sguardo rivolto verso di me.
Passo le notti
nero e cristallo
a sceglier le carte
che giocherei
a maledire certe domande
che forse era meglio
non farsi mai
Girato l’angolo, faccio un ultimo tentativo con il caricabatterie da auto, comprato prima di partire, e mai funzionante. Lo smonto e lo rimonto. Il fusibile esce e si mette di traverso nel cavo dell’accendisigari. Quando rimetto a posto l’accendisigari, si spegne lo stereo. E non s’accende più. Sei ore senza musica, fino a casa.
E rende ciò che amo quando lo raggiungo, come qualsiasi altra cosa
Dove poso sul pavimento il mio bagaglio leggero. Il mio primo viaggio con un bagaglio leggero.
La testa è così piena
non riesci più a pensare
che anche senza te si possa ancora respirare!
Quello che hai appena fatto
ti ha fatto stare meglio
Ti uccide ma non vuoi morire,
ti uccidi ma non vuoi morire!
PS: Partito per passare una serata in Friuli ed essendoci rimasto 48 ore, preferisco non dettagliare il contenuto del bagaglio. Basti sapere che era leggero. Molto leggero ;-)
L'architettura millenaria richiede pochi kilowatt. E anche un po' di rispetto. Così gli Afterhours chiudono il 2007 con un concerto acustico all'interno dell'abbazia di Santa Maria in Sylvis, a Sesto al Reghena (Pordenone). E per evitare problemi con il paradiso, il "Porco Cristo" di 1996 diventa "Povero Ciccio". Deroga per l'abate. Ci si può stare.
È il primo concerto che vedo a nord, non posso non notare una certa tiepidezza a cui a Roma non sono abituato (dopo almeno una decina di loro concerti, posso azzardare un giudizio). Loro sono comunque rilassati, a un certo punto Manuel Agnelli regala anche un rutto strappa applausi. Reduce dagli sputi di Patti Smith tre giorni prima all'Auditorium, non mi scompongo.
Le canzoni escono bene (a parte la prima, dove il cantante regala una stecca, e qualche effetto larsen sparso), con lucidi riarrangementi e la new entry, Enrico Gabrielli, al piano, al sax, allo xilofono e a quello strumento a fiato coi tasti bianchi e neri che si regala ai bambini (qualcuno sa come si chiama?).
Piovono cover. E Agnelli non perde l'occasione di pizzicare i fan che nei precedenti concerti hanno criticato l'eccesso di omaggi. Loro vanno avanti lo stesso. Sinceramente non so cosa abbiano suonato, a parte i Beatles (A day in the life) e l'ultima. Di solito, lui presenta le cover perculando i presenti. Di recente (se ho capito bene, perché fra il suo e il mio tasso etilico non eravamo messi granché bene) un pezzo annunciato come degli AcDc, in realtà era di Britney Spears. E il giorno dopo tutti a chiedergli su internet: "Ma davvero avete suonato gli AcDc?".
Col passare dei minuti i giovani nordici si sciolgono. Finalmente ci si alza in piedi a si va sotto il palco (se ci fosse stata Blimunda, avrebbe fatto muovere il culo a tutti già alla quarta canzone). E alla terza tornata di bis (giunto a sorpresa: le luci si erano alzate, la musica di sottofondo partita e i primi avevano imboccato l'uscita) anche loro vanno senza briglie, improvvisando.
Si chiude con Satellite of love, di Lou Reed. Curioso, visto che lui contemporaneamente sta suonando il suo Berlin al Parco della Musica di Roma (rubando, a quanto si dice, qualche spettatore agli esosi Rolling Stones impegnati allo stadio Olimpico). Curioso anche per me, che martedì avevo ascoltato l'omaggio cantato da Patti Smith (Perfect day).
Non rimane che tornare alla macchina e avventurarsi nella lunare campagna di Pordenone. Lunare perché in giro non c'è anima viva. E perché il nostro satellite, calante e orgogliosamente grande, si appende basso e grigio sul cielo, all'altezza dei campanili. (venerdì 6 luglio 2007)
Scaletta quasi ufficiale, sperando di non essermi distratto
La fine è la più importante
La Vedova Bianca
Ballata per la mia piccola iena
Male di miele
Varanasi baby
Cover:
Sangue di Giuda
1996
Inutilità della puntualità
Sulle labbra
Cover:
Tutto fa in po' male
Lasciami leccare l'adrenalina
La sinfonia dei topi
Cover: A day in the life
Cover:
Quello che non c'è
Non sono immaginario
Bye bye Bombay
La sottile linea bianca
Voglio una pelle splendida
Sui giovani d'oggi ci scatarro su
Non è per sempre
Rapace
Cover-. Satellite of love
Prendo in prestito un titolo che mi regalò Blimunda per i miei post musicali e lo faccio tag. E racconto, un po' in ritardo, il concerto di Patti Smith alla cavea dell'Auditorium di Roma, martedì scorso.
"Un'avventura, uno scenario unico, un suono inusuale con cui diventare tutt'uno". Così ci ha invitato a vivere una serata, alzando gli occhi al cielo e alle tre tartarughe, i tetti delle sale.
Un omaggio, intimo e fiero, al rock e ai ricordi. Il suo ultimo disco, Twelve, si alterna ai suoi vecchi pezzi. Classici e classici. E un gioco di memoria.
Have you ever been experienced rinasce con lei al clarinetto, che si sostituisce alla chitarra di Jimi Hendrix. C’è Pissing in a river, e l'amore si fa lancinante, come la prima volta (My bowels are empty, excreting your soul). Poi un delirante racconto (un sogno in pulman, arrivando a Roma, con un coniglio di nome Raffaello a cui lei vorrebbe comprare una pizza al Panteon, ma Patti in tasca ha solo lire che nessuno accetta. Almeno questo è ciò che ho compreso nel mio barcollante inglese) serve ad arrivare a White rabbit dei Jefferson Airplane; sembra di veder Grace Slick seduta in prima fila a dare il tempo con la testa, sorridente.
Con l'intro di Because the night, il pubblico si toglie di dosso il vestito buono da Auditorium e rimane in jeans e maglietta. Qualche centinaio di persone scatta dal proprio posto e si fionda ai piedi del palco. A stringere la mano alla cantante, a ballare. Sulle note di quel lontano dono musicale condiviso con Bruce Springsteen, la gente decide finalmente di vivere un vero concerto rock, il sudore e il battito delle mani. Tutto cambia.
Il ricordo di Jim Morrison (Soul kitchen), ci rammenta Patti, nell'anniversario della sua morte. Gloria è un trionfo. E quando tocca a Smells like teen spirit, siamo in molti a fare i conti con gli ultimi quindici anni di vita. Lei s'impossessa della canzone di Cobain e la scarnifica di elettricità, mostrandoci come sarebbe stata, se i Nirvana l'avessero suonata nel loro Unplugged. Arrivano i bis e torna la rabbia antica, con una Gimme Shelter, che i Rolling Stones torneranno a cantere così solo nella prossima vita.
E Patti Smith, come al solito, si dà. Giacca nera, camicia bianca, jeans infilati negli stivali. I capelli sempre più bianchi, ma le luci li fanno sembrare biondi. La guardi e ti innamori. Fra oggettiva bruttezza e fascino, scegli l'irrazionale. Poi, a un certo punto, Perfect day, in cui cambia le parole, salutando la splendida giornata romana e il coniglio.... Vedo uomini e donne che vorrebbero essere il suo cavaliere, mentre balla da sola la canzone dell'amico Lou Reed.