satyra

dalla parte di una trottola sedentaria
giovedì, 30 agosto 2007

Ninna nanna, ninna o

A un certo punto diventi un nomade del sonno. Non vuoi andare a dormire. Non vuoi fare i conti con quel morbido ponte tibetano di pensieri che porta al sonno. Perché il ponte ondeggia. Pericolosamente (eppure chissà quanti uomini ci sono già passati).

E fa tremare. Piazzare il pc sul letto e infilarci un dvd è una discreta soluzione. Consiglio quelli sportivi. Non richiedono un grande impegno. Basta solo lasciarne partire uno e poi abbandonarsi. E' vero, a un certo punto, ti svegli e lui è ancora lì che va, soprattutto se, misteriosamente, continua a girare in loop, un po' fracassone. Alt+F4, un paio di combinazioni di tasti e si scivola di nuovo nel sonno.

Peggio va, quando la camera da letto diventa un luogo da non frequentare. E' lì che diventi un nomade del sonno. Il pratico ingegno svedese targato Ikea, però, è un accogliente rifugio. Sotto forma di divano scandinavo. Si chiama Nykkala e mi pare quasi che allo scadere dei tre anni di vita sprigioni un abbraccio narcolettico.

Le 23 sono sono l'orario standard per lasciarsi andare fra i suoi cuscini turchesi e chiudere gli occhi. Poi è tutto un dondolare, di leggeri risvegli e sonni lievi. La tv in sottofondo e le luci della strada che vegliano dalle finestre spalancate.

Quando la programmazione notturna non è più un potenziale conforto, l'annuncio dell'alba ammorbidisce il buio e il fresco prossimo alle 6 del mattino comincia a solleticare uno starnuto, è ora di caricare la sveglia del cellulare, lasciare la casa nel suo disordine stabilito alle 23 e "coricarsi", come diceva mia nonna.

Un paio d'ore di sonno tradizionale possono bastare. A rimettersi in piedi. Senza aver pensato. Senza aver sognato.

Caro m'è 'l sonno, e più l'esser di sasso,
mentre che 'l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m'è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.
(Michelangelo Buonarroti)

postato da eric7 alle ore 01:31 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: in viaggio


mercoledì, 29 agosto 2007

I’ve seen this happen in other people’s lives

Io invoco la Morte. Perché non esisto più. Sono morto chissà quante volte. Sono morto, chissà da quanto. O non sono mai nato.

Eppure mi sembra di essere stato cresciuto. Ho visto la mia infanzia, ho sentito le ferite, ho lasciato che il sangue scorresse tra le mie mani prima di chiedere aiuto. Ho studiato e imparato. Ero un bravo alunno. Ho letto e ripetuto la lezione, ma troppo spesso qualcuno rispondeva per me interrogato.

Eppure mi sembra di essere cresciuto. Di aver viaggiato e sostenuto esami. Ho giocato sulla sabbia che scottava, ho scavato piste e costruito castelli. Anche io come tutti gli altri. Come tutti gli altri, anche a me hanno rubato una macchinina, mi hanno spinto a terra mentre correvo. Mi è proprio sembrato di scegliere, ma sento che troppo spesso qualcuno ha scelto per me.

Eppure mi sembra di essermi innamorato. Di quello che tutti chiamano amore. Mi sembra di non aver respirato, di non aver dormito. Ho visto la pelle di una donna. Ho massaggiato la sua meraviglia, ho esplorato ogni angolo del suo corpo. Almeno questo nessuno me lo aveva insegnato. E ho continuato a viaggiare, e a sostenere esami. Qualche volta qualcuno rispondeva ancora per me.

Eppure mi sembra di essere stato uomo. Ho letto libri. Ho scritto poesie. Molte le ho dedicate a me, perché mica mi sentivo comodo nel posto dove m’avevano messo. Alcune le ho dedicate a quello che tutti chiamano amore. Ho letto libri. Ho imparato un mestiere. Ho saputo rispondere da solo, per me. Ho imparato a scrivere, dove capita. E ho guadagnato i soldi per vivere. Così, alla fine, mica ero tanto diverso dagli altri uomini.

Ma io invoco la Morte. O sono già morto, perché i miei genitori erano in viaggio. E forse erano anche in guerra, così non hanno avuto il tempo di fermarsi. Così qualcuno ha scelto per me. Non so se è stato per la prima volta e ultima volta. Eppure mi sembra tanto di aver vissuto. Perché riconosco le debolezze, distinguo le miserie, vedo gli errori. Mica diverso dagli altri uomini.

Io invoco la Morte. Perché so di aver vissuto, lo sento addosso. Vedo le cicatrici. Quelle che sono state, quelle che lo diventeranno. So di aver vissuto, ma ora non ne ho più voglia. Sono morto chissà quante volte, chissà da quanto. O non sono mai nato.

 It was dark as I drove the point home,
and on cold leather seats,
well, it suddenly struck me
I just might die with a smile on my
face, after all
I’ve seen this happen in other people’s
lives
And now it’s happening in mine
(That joke isn’t funny anymore – The Smiths)

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categoria: in viaggio, incursioni boreali


domenica, 26 agosto 2007

Il nostro amore da ammirare

Peccato. Ora che avevo imparato a prendere il sole. A proteggere i nei e colorarmi. A stare in spiaggia anche nelle ore vietate. Senza spazientirmi e senza scottarmi. Amavo il mare non la spiaggia. Poi ho capito che ci si poteva stare, una volta compresa la possibilità di fuga.

Oh no, you try
You fly straight into my heart
You fly straight into my heart
Girl, I know you try
You fly straight into my heart
You fly straight into my heart
But here comes the fall...
(Interpol - Pioneer to the Falls)

Ma ora non ho più pelle. Brucia al sole, brucia al contatto col letto, brucia se soffia il vento. Brucia nell'abbraccio della città. Brucia nella cuccia di casa. Bruciano le pagine di un libro. Bruciano le note. Alle quali si affida una nuova arrampicata. Improbabile. Forse indesiderata.

Slow down
And let the waves have their way now
Slow, and let the waves have their day
And I warned them
Here I've been living on roofs made from sin
I put an outward, "Begin, begin."
Here I've been lucid I'm living within
Inwardly urgent and sinking again
The Lighthouse
(Interpol - The Lighthouse)

"Our love to admire" è il terzo disco degli Interpol. Tutto sommato, nulla di nuovo rispetto alle prove precedenti. Una confortante dose di malinconia, irrobustita di chitarre. Il modello tra fine anni '70 e inizio '80 dei Joy Division, l'esile vena degli Smiths, un'eleganza tutta newyorkese. Comunque, a me piacciono. Molto.

I teach you of death's desires
Reflecting in lakes
As I lead you in a fearful file
To a precipice of fate
And I welcome you
I welcome your sweethearts that bleed and break
I'll take you on (x3)
I'll take you all on
I'll take you on when your, your will is gone
(Interpol - All fired up)

postato da eric7 alle ore 19:50 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: in viaggio, incursioni boreali


sabato, 25 agosto 2007

L'importanza di chiamarsi E. (ovvero, Ognuno ha gli amici che merita)

E. Su di lui dovrei scrivere un libro. Lui stesso me lo dice. Mi ha eletto suo biografo ufficiale, un bel po' di tempo fa. Non c'era bisogno che lo facesse. Ogni tanto ci penso. Il problema è che si tratterebbe di un romanzo immorale. Fatto di bugie, tradimenti, opportunismi, immaturità sparse e auto-rappresentazioni deviate. E dire che gli voglio bene, anche se si fa fatica a crederlo. E' uno dei due miei migliori amici.

Non lo giustifico. Però non ha avuto radici. Nato in Sudamerica da un immigrato italiano e una locale, vive in Italia, poi gira il CentroAmerica, poi torna in Italia per l'adolescenza. Il padre, culo inquieto per passione politica e in perenne fuga dalla famiglia. La scuola mai finita (credo. Ma qui si entra nella finzione), un lavoro ormai consolidato su un cv perlomeno gonfiato, e tanti tanti tradimenti. Alle donne, però. Per gli amici, solo verità svelate spesso un po' in ritardo.

E' l'unico uomo che ha cambiato nome per darsi un tocco di esotismo, accantonando l'omaggio rivoluzionario attribuitogli dal padre. L'unico che sarebbe capace di tradire con una nuova donna anche l'amante, dopo che con l'amante ha tradito la fidanzata. Non un esempio. Per me, mai. Eppure E. è l'unico che ha intuito come davvero sto. L'unico al quale non annunciare il soffocamento. Peché qualche rigurgito lo ha sentito anche lui, ma lo ha presto trasformato in una posa.

Lo ringrazio per avermi invitato a cena ieri sera. A sorpresa. E non mi chiedo perché, penso di saperlo. Spaghetti in bianco con tonno e vino dei Carpazi. Se penso che preparando cibo ci vive, e che gli avevo portato un Greco di Tufo, c'era da attendersi ben altre delizie. Però gli sono debitore, mi ha sottratto alla solitudine, una conoscente dall'abbraccio confortante ma vuoto.

Eppoi E. è il mio compagno di jogging. Piccolo e scolpito dal body building (eccetto una pancia che sbraca ogni giorno di più, come ogni buon sudamericano), mi dà la soddisfazione di arrancare dietro di me quando corriamo. Chi mi conosce fatica a crederlo, lo so.

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venerdì, 24 agosto 2007

Capricorno: 24/30 agosto 2007

Nel novembre del 2006 la federazione nordamericana di baseball ha annunciato che il lanciatore dei New York Mets Guillermo Mota era stato trovato positivo al test antidoping e che sarebbe stato sospeso per 50 partite. Un mese dopo i Mets hanno rinnovato il contratto di Mota (5 milioni di dollari in due anni), pur sapendo che i suoi recenti risultati sul campo erano stati influenzati artificialmente dagli steroidi. Prevedo uno scenario simile per te, Capricorno. Sarai premiato subito dopo aver subìto una punizione e il premio supererà la punizione. E la cosa buona in arrivo potrebbe essere legata o addirittura favorita dalla cosa "cattiva" che hai commesso.

Rob Brezsny -
Oroscopo di Internazionale


Pensavo che non avrei postato per un po'. Poi quest'oroscopo. Un po' di ottimismo. Tanto è gratis.


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mercoledì, 22 agosto 2007

Scrivere. Per non finire

Terapia, condivisione, narcisismo, comunicazione, solitudine. E sopravvivenza. Ecco perché ci si trova a scrivere su un blog. Perché si raccontano i cazzi propri. Mi viene in mente un vecchio studio di Tzvetan Todorov. Secondo il critico strutturalista, nell'Odissea esistono due Ulisse: quello che vive le avventure e quello che le racconta. Un antagonismo che rende addirittura complicato individuare chi dei due sia il personaggio principale.

Per questo, se Ulisse ci mette tutto quel tempo a tornare a casa, è perché quello non è il suo desiderio più profondo. Ed ecco perché torna in patria e non gioisce. Il suo desiderio, invece, è quello del narratore: raccontare. Tema dell'Odissea, dunque, sarebbe il racconto stesso, ogni singolo racconto che la costituisce. Non il ritorno a casa, che ne rappresenta invece la morte. 

Non ho nulla di Ulisse. Lo spirito di avventura, la curiosità, l'istinto, l'affabulazione. Però ricordo ancora queste pagine dal primo esame di letteratura italiana fra quelle più amate. E, in un momento in cui scrivo e mi racconto, mi pare che arrampicarsi sul filo delle parole sia andare a respirare un po' di ossigeno. Una boccata alternativa alla condanna della mediocrità. Un modo per partire, per non finire. Per non morire.

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martedì, 21 agosto 2007

Non sapevo nulla della vita

Ora tocca a me tramandare il racconto. La voce che passa da Antonio Setzu, custode del tempo, all'io narratore. E' passata anche da Blimunda a Eric. Poi chissà dove. Per ora in un post. Ho letto con curiosità e devozione "Passavamo sulla terra leggeri", opera postuma di Sergio Atzeni. Regalo ricevuto sul finire del viaggio in Sardegna. Un viaggio troppo breve. Un viaggio troppo lungo. Solo il destino, troppo a portata di mano, lo sapeva.

Sull'isola, ho visto il tempo fermarsi. Aveva il viso simpatico e determinato di un ragazzo del posto. A farci largo fra "mirti, lentischi, menta spinosa, aculei d’arbusti, cardi d’ogni genere e erbe urticanti", per scoprire l'altopiano della Giara, Sa Jara Manna. In Sardegna, ho nuotato e mangiato, preso tutto il sole che la mia pelle, delicata come il cuore, può permettersi, goduto frammenti di simpatia e ospitalità. Ho condiviso il pane e lo sguardo sul mondo.

Un tempo che per un po' mi è parso come quello dei S'ard di Atzeni, da età dell'oro. L'ho assaporato meglio, leggendo il libro mille chilometri più a nord. E mi è sembrato davvero di passare, per un po', sulla terra leggero come acqua, "come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta". L'ho sentita fra le mani. E poi scivolare via. Perché l'acqua non la fermi. Devi solo goderne, senza domande. E' libera, è vita.

"Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?". Non ho la risposta. Però ne vorrei solo un altro giorno. Solo uno.

"Non sapevo nulla della vita". Così comincia il romanzo. Ora, centosessanta pagine e dieci giorni dopo, forse so qualcosa in più. Ma della mia, ancora disarmantemente poco.

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lunedì, 20 agosto 2007

Peccati svedesi

Cornice a giorno. Destinazione iniziale: biglietti dei concerti visti. Destinazione finale: poster degli Afterhours, il terzo, compresa la copertina di Rumore autografata dal gruppo.
Perché questa casa ha atteso troppo tempo con i muri spogli. Ha atteso che colui che si riteneva di passaggio se ne andasse. Ma ora è ancora qui.

Cuscino 60x60. Destinazione iniziale: non prevista. Destinazione finale: divano. Sono le new entry fra le federe del grande magazzino svedese. Un lato turchese con bordo giallo, uno verde pisello con bordo rosso; a separare le due facce, una banda multistrisce e multicolore. Insomma, una botta di vivacità inusuale per chi mi conosce, ma intonata al divano turchese e al copridivano turchese-verde-giallo.
Perché ho imparato che un divano più è ricco di morbidi appoggi, più ti coccola.

Due cuscini per sedie. Destinazione iniziale: sedie del soggiorno. Destinazione finale: sedie del soggiorno. Per quasi tre anni, ho avuto un tavolo di seconda mano. Dopo due anni, gli ex proprietari mi hanno fatto arrivare due sedie. Ricoperte giusto due mesi fa. Poco dopo, sono arrivate le altre due.
Perché ci sono persone che vogliono mangiare sentendosi alte. E se vuoi loro bene, devono trovare accoglienza. Anche se non assaggeranno mai più i tuoi piatti.

(pausa Ikea Food) Salmone precotto Lax, formaggio Wanas. Destinazione iniziale e finale: surgelatore.
Perché il salmone è ben saporito, e il formaggio è un gorgonzola scandinavo. E ci condisci favolosamente il radicchio e la crema di peperoni. So dove l'ho imparato.

Libreria Ivar, la più a buon mercato, la più semplice. Anche la più esile, mi dico dopo averla montata, in una manciata di minuti. Perché, nonostante gli arti superiori da intellettuale, almeno per l'assemblaggio svedese la mia manualità è più che discreta.
Perché, soprattutto, doveva accogliere parte di un bagaglio pesante. Perché lo farà solo di passaggio, giusto per liberare casa dei miei. Poi carte e riviste accumulate in 30 finiranno nei cassonetti bianchi. E la libreria prenderà con sé solo i mattoni che formano una persona. Non il bagaglio. Quello è un'altra cosa. Ora è così leggero. Troppo tardi. Ora non so che farmene.

No, non è solo arredamento a buon mercato. Non solo esaltazione del faidate. Non solo la soddisfazione dei piccoli ritocchi che abbelliscono. Ikea sembra fatta apposta per espiare i peccati. Quelli veniali, però. Per quelli mortali la strada è lunga.

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domenica, 19 agosto 2007

Frammenti di viaggio

Ma ricordo ogni cosa. Gli scogli che si snodano a Capo Comino. Un faro in cui c'è chi deposita un bel sogno e chi affida la vista. La salita, la sete, in cerca della fonte di Galusè ("luogo delizioso e incantevole... luogo santo").

Il tempo sul parco della Giara, che sembra aver inchiodato la sua giostra in un attimo lontano. Un vulcano imbrullito, con un cuore primitivo, che domina la piccola delizia di Tuili, e il resto. Mirti e lentischi, cardi selvatici e corbezzoli. La promessa di un esplosiva primavera (cisti, ciclamini, orchidee, fiori d'oro), che non saprò mantenere. In mezzo a una vegetazione che pare abbia voluto smettere di crescere, quasi senti i S'ard scivolare fra le foglie con saggezza e istinto.

E le famiglie di cavallini della Giara, gli stalloni intenti nelle loro tattiche dominanti, se ne fregano del visitatore rispettoso. Loro, l'unica razza selvaggia d'Europa. Loro, piccola stazza, grandi in code e criniere. Poi, i tori lontani, quindi paciosi. Un volo enorme di germani canta libero.

Il deserto del Sinis, una sporgenza di sabbia, stagni e campagna. La spiaggia oceanica di Is Arenas. Tharros, porto di popoli mediterranei, sacro oggi alla vista. Sa Mesa Longa, lo scoglio lungo che la protegge e che non raggiungo a nuoto, gli scogli intorno che disegnano piccole piscine e si lasciano sedere. E farsi schiaffeggiare in cima al mare ventoso.

Il mirto per brindare alla libertà di chi è libero. Quando vive e quando viaggia. Ricordo ogni cosa.


... Parlerete di me come d’un uomo
che troppo amò, con non troppa saggezza...
d’uno che, simile a quel vile indiano,
gettò via una perla,
la più preziosa della sua tribù...

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sabato, 18 agosto 2007

La vispa Teresa

Quando hanno girato "I vicini di casa" ancora non conoscevano la signora Teresa. Né il sottoscritto mai avrebbe pensato di trovarsi nella parte di John Belushi. Da dove cominciare? Dal caffè delle 21.30? O da quello delle 24? Dalla minaccia di un piatto di spaghetti aglio olio e peperoncino all'1.30 con un'anziana di 74 anni? O dai sei poliziotti in casa della signora e dalla frase che ho sempre sognato di pronunciare ("Si attenga ai fatti, signora")?

La signora Teresa torna a casa solo per un mese l'anno, d'estate. Per i restanti 11, è a carico di una figlia, fuori Roma. Quando c'è, però, il rischio è di essere rapiti, senza alcuna possibilità di rilascio. Accadde pochi giorni dopo aver acquistato casa, quando condivisi l'esperienza con Blimunda. Caffé, sigaretta (4 in 20 minuti) e reclusione nel suo appartamento. Ieri l'ho incontrata per le scale, entrambi reduci dal supermarket. Posandomi un bastone sul capo, mi ha investito come un cavaliere, deputato in questo caso a caricarmi le buste della spesa.

Dopo il racconto del tentato borseggio subito al discount, e fallito l'invito per il caffè della 20, ha detto suadente: "Sai, sono timida io...". Avrei dovuto capire che quell'allusione (a cui era mancata solo un'ammiccante sbattere di ciglia), nascondeva invece una pericolosa minaccia al mio equilibrio psicofisico, oltre che a una pacifica serata di letture. Ieri, mi aveva tratto in salvo il Principe. Stasera, la trappola.

Alle 21, mentre scelgo il cd di sottofondo, sento una voca roca che chiama un nome di donna. Un quarto d'ora dopo, si ripete. Stavolta la voce è più vicina. Praticamente in casa. Teresa infila la testa sul mio balcone. E' me che chiama, altroche. Solo che non ricorda il nome (purtroppo per me, ora lo sa bene). Mi affaccio all'inferriata che, spero, mi impedisca il contatto. Lei, rischiando il torcicollo, mi dice che ha cucinato il pesce surgelato. Ma i surgelati contengono ammoniaca. E lei è allergica all'ammoniaca. Ora sente un prurito (solo ora mi chiedo perché una persona allergica a qualcosa, mangi un cibo che contiene quel qualcosa...).

Mi affaccio, sono in boxer, annuisco e, mostrandomi così, spero di dissuaderla dal mostrarmi questa pericolosa allergia che avrebbe trovato sfogo sulla sua schiena. Il suo "No, non ti preoccupare, chiamerò mia figlia", apparentemente comprensivo, è in realtà un "Corri, sbrigati, quella non verrà mai". Difatti, si illumina quando comunico che vado a vestirmi e arrivo. Acchiappo un paio di creme utili ed entro. La schiena della vostra 74enne preferita è abbronzata, segnata da linee bianche, evidenti passaggi di unghie incaricate di grattare la schiena, ma spoglia di allergie. Naturalmente.

Il tempo della preparazione del caffè viene impiegato per una sufficiente anamnesi clinica della signora, che ha il tempo per mostrami la fetta del pesce spada incriminato (quella avanzata, l'altra è in digestione). I complimentosi "Ti sto facendo perdere la serata" sanno di ventosa. Dunque, dopo il caffè "al vetro" (entrambi siamo esigenti), è tempo della sigaretta. Che diventano due. La scusa del Principe in arrivo a casa mia dice che il tempo della buona azione da boyscout sembra scaduto. Ma le bugie hanno le gambe corte.

Per camuffarle, alzo lo stereo. Lei, infatti, siede in balcone a vedere la tv. Devo impedirle di capire che il Principe stasera non verrà. Finita la musica, opto per il silenzio, la tv senza volume e una luce da lettura, gadget di una nota azienda elettrica che finalmente giustifica la sua presenza in casa. Diciamo che il sottoscritto e il suo amico potrebbero anche aver cambiato stanza. Sembra funzionare. Almeno a giudicare dall'improvviso silenzio proveniente dal balcone a fianco. La vicina dovrebbe stare continuando la visione in camera da letto.

Macino pagine con la mia lucetta. Soddisfatto, decido di chudere gli occhi per qualche minuto. Quando... Urla strozzate, colpi sul muro e finalmente il mio nome pronunciato a uso e consumo del quartiere. Teresa piomba in balcone. Mi sveglio dalla patina di sonno che mi ero regalato. Mi affaccio: "Aiuto, aiuto, i ladri, mi hanno sfondato la porta". Io non ho sentito nulla. Un tentativo di scasso a una parete di distanza e io non ho sentito nulla? Devo andare.

Mi rivesto. E, visto che in giro dovrebbero esserci dei ladri, il soccorso passa dal balcone. Strisciando attraverso un quadrato mancante nella vetrata che ci divide. La signora afferma di aver sentito rumori alla porta, che gliela hanno aperta. Mi porge il telefono per chiamare il 113. Prima di disturbare le forze dell'ordine, mi avvicino alla porta. Intera e chiusa a chiave, naturalmente, così come era stata chiusa alle mie spalle un paio di ore prima. La signora afferma di essere stata sveglia, quando ha sentito i rumori.

Teresa chiama la figlia. Il tempo di mettere la moka sul gas e arriva un dirimpettaio, il genero e due o tre volanti della Polizia. Diciamo che non si rischia la solitudine. Prima di essere scambiato per il colpevole a causa del mio look da no global in vacanza, e memore di essermi rifiutato, per dispetto, di dire da dove provenivo al poliziotto dell'aeroporto (insieme al passaporto gli avevo consegnato il biglietto, sarebbe bastato leggerlo invece che ridarmelo indietro), provo a spiegare l'accaduto ai servitori della legge.

Ma la signora prende subito la parola. Elencando, nell'ordine: la serratura del portone che non funziona, il vetro sempre del portone rotto un paio di mesi fa e il tentativo di borseggio al supermercato. E qui, il poliziotto ha pronuncia la famosa frase: "Si attenga ai fatti". Io mi sfilo, esultando in cuor mio, e spengo il caffè. Una gentile agente chiede le generalità di Teresa, che però non trova la carta d'identità. Ormai di casa, mi occupo dello zucchero.

Quando finalmente genero, dirimpettaio e polizia se ne vanno, possiamo gustare il nostro caffè. Anche io andrei. Ma quando arrivo alla porta di casa, scopro che è chiusa da dentro con il paletto (o come si chiama). Scanso il primo invito per una spaghettata. E, dato che prima ero passato dal balcone, devo tornare da lì. Ma scopro che le forze dell'ordine stanno chiacchierando proprio sotto casa. Strisciare sopra le loro teste da un appartamento all'altro, non so perché, mi fa pensare che potrei sollevare qualche curiosità di troppo. Ci si fuma un'altra sigaretta. Prosegue l'anamnesi clinica.

Insieme a vari problemi respiratori, la signora pare soffra di depressione. Così la descrizione dei suoi 11 mesi lontana da Roma, dal fervore di attività a favore dei nipoti di due ore prima, diventa un elenco di compiti portati avanti senza energie. Scanso un'altra proposta di spaghettata e incasso la battuta: "Pensa che serata. La passi con me invece che con la tua ragazza". A quel punto, non so perché, mi vedo sulle pagine della cronaca: "Stimato esperto di comunicazione web tenta di violentare un'anziana". Striscio verso il mio balcone, veloce come un marine. E comincio a raccontare questa storia. 
 
Sto per cliccare su Pubblica il post, ma ho una paura fottuta che seguiranno aggiornamenti. Ascolto ogni rumore potenzialmente sinistro. Spero che le voci in strada non siano troppo alte. Ma, soprattutto, non ho sonno. Colpa dei due caffè serali? 

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