satyra

dalla parte di una trottola sedentaria
sabato, 29 settembre 2007

Il matrimonio polacco

Dodici ore di festa, 140 invitati, almeno cento litri di vodka consumati, numero delle portate indefinito. Queste le fredde cifre di un matrimonio polacco. Almeno così lo vivono nella campagna poco fuori Radom, centro industriale di circa 300mila abitanti a un centinaio di chilometri da Varsavia.

In verità, la festa è proseguita per altri due giorni, fino all'asaurimento umano delle scorte alimentari. Quello che è rimasto è stato diviso equamente tra le famiglie dei due sposi. Eccetto due bottiglie di vodka, donate alla dispensa dei due ospiti romani.

Lì, tutti a chiederci com'è un matrimonio italiano. Per la nostra esperienza, spesso un delirio di scarpe strette, piedi gonfi e nodi della cravatta soffocanti. E un'abbuffata senza respiro di portate, che ti fanno agognare l'amaro e la citrosodina, in ristoranti dal tono falso, veri e propri cerimonifici. Un'orchestra che suona, a volte, per i cinquantenni che vogliono darsi alla mazurka. Più qualche sguaiato brindisi: "Viva gli sposi!". Sicuramente ci sono abitudini diverse, lontani dalla Capitale, da qualche parte in provincia.

Nella campagna polacca funziona così. A tavola alle 17.30, brindisi alla vodka, antipasto, brodo, e l'orchestra che chiama tutti a ballare. Mezz'ora di danza, poi una musica che rimanda tutti a tavola. Altra portata, altri brindisi, altri balli. Nessun "Viva gli sposi!".

Alle 19.30 guardiamo preoccupati l'orologio, credendo impossibile raggiungere le 6 del mattino, ora in cui dovrebbe esserci lo sciogliete le righe. Ci arriveremo, invece, tra un bicchiere di vodka e quattro salti di musica polacca. Un imbarazzante (eppure trascinante) mix di basi disco e melodie folk.

Si va a casa alla spicciolata, all'alba. Chi vuole, fra gli invitati, può tornare il giorno dopo verso le 18, per ballare, brindare, e attaccare le scorte avanzate dal giorno precedente. Brindare soprattutto. La mattina dopo, il terzo giorno, le famiglie degli sposi tornano a fare le pulizie e libereare il locale affittato per l'occasione, e realizzatto dalla comunità locale solo per questi eventi.

Tra uno straccio bagnato gettato sul pavimento e il conto delle forchette da restituire in numero esatto, si spillano birre e si consumano gli ultimi litri di brodo, mangiando in piedi come in cantiere. Le donne sgobbano e gli uomini chiacchierano. Poi si va via. Dopo una tre giorni ad alto tasso alcolico, ingrassati da carne di maiale presentata in tutti i modi in cui l'uomo è abituato a trattarla da secoli.

Che altro dire. A messa, il segno di pace è scambiarsi un cenno con la testa, non si lancia il riso, ma gli sposi escono tra due ali di persone che alzano una rosa, nessuna foto di gruppo. Però ogni invitato, va a baciarli e a lei regala un mazzo di fiori. Alla festa si balla da soli, fra gente dello stesso sesso, con le nonne o coi bambini, nel corso della stessa canzone. Non si lancia il bouquet alle donne, ma il velo.

Dopo mezzanotte, gli uomini possono lasciare un dono in denaro in una piccola carrozzina di legno, come segno di buon augurio, e poi ballare con la sposa. Il vestito è in vendita, solitamente riservato alle giovani parenti, in cambio di una cifra anche simbolica. Gli sposi sono poco più che ventenni, i loro genitori cinquantenni, e i due 36enni ospiti romani sembrano una coppia gay da "Quattro matrimoni e un funerale".

Due italiani a un matrimonio in Polonia. Ce n'è abbastanza per darsi di gomito, eh? Per giunta in campagna. Sai quante sempliciotte da affascinare. Beh, sì, volendo si può maliziare abbastanza. Dipende da come si parte. E perché.

C'è chi va, perché è il ragazzo della sorella della sposa e deve fare i conti coi propri errori, ultimo dei quali andare chiudere l'uscio a una ragazza appena messa alla porta. Poi finisce a piangere di fronte alla sua famiglia semplice e ospitale, lui che una famiglia stabile non ce l'ha mai avuta.

C'è anche chi va perché vuole viaggiare. Non fuggire. Ma stare lontano da un'aria che ferisce. Da un filo silenzioso, ormai labile, incredibilmente resistente. Si parte perché si vuole vedere un fazzoletto di mondo. Mangiare senza essere sazi, bere fino a spostare i limiti, vivere abitudini e dignità della gente.
A volte, nient'altro che questo è ciò che un uomo può voler fare a un matrimonio in Polonia.

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venerdì, 28 settembre 2007

Il bosco di Wola Owad

Alla fine di ogni viaggio, ultimamente, pare ci sia un bosco solitario che mi aspetta. Quelli programmati, o quelli in cui metti piede, deviando da una passeggiata solitaria.

Questo, si alza di qualche metro in mezzo a una terra sabbiosa, che spara patate a volontà. Siamo pur sempre nella provincia polacca, e quello fra gli alberi non è solo un cammino, ma la strada più breve per raggiungere casa dal lavoro o dalla spesa, attraversando prati e campi.

In terra, un morbido tappeto di muschio in cui affondare farebbe la gioia di ogni presepe. Abeti giovani crescono in branco, a qualche palmo l'uno dall'altro. Sotto al sedere un tronco. Qualche fungo basso che sembra un lupino spunta dal verde soffice. Una sigaretta associa sapore e pensieri. Vuoto silenzioso, fascino profondo e nausea.

Certe volte mi dispiace non avere una cultura da superquark, per riconoscere piante e uccelli. Questo, però, mi permette di stupirmi di fronte alle ragnatele che si allungano fra un tronco e l'altro, come capelli abbandonati, biondi per i raggi del sole. O a un pennuto nero e beccuto, che s'arrampica a passetti veloci su un albero, come in un cartone animato.

Cinguettii per niente rumorosi d'inizio tiepido autunno polacco, ronzio di mosche, un verso che mi gira intorno, quasi a circondarmi. Mi unisco anch'io. Torno a scrocchiare sotto i piedi i rami disseminati ovunque in terra. È ora di rimettersi in cammino.

Trovare l'uscita da un bosco è più facile, Molto meno camminare in prato senza confini.

[...] Now I see your pieces crumbled and
our book of faith's been tossed
And I'm just down here searching for
my own piece of the cross
In the late afternoon sun fills the
room with a mist in the garden before the fall
I watch your hands smooth the front of your blouse
and seven drops of blood fall

I'll work for your love dear
I'll work for your love
What others may want for free
I'll work for your love
 
(Bruce Springsteen - I'll Work for Your Love)

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giovedì, 27 settembre 2007

I piccioni di Wola Owad

Mariusz ha gli occhi azzurrissmi, come tanti, qui in Polonia. Unghie al minimo, capelli da tre millimetri, molti silenzi.
Tre bambini (quattro con quello del primo matrimonio della moglie), tanto lavoro stagionale in Norvegia, qualche soldo. In Scandinavia, sveglia, lavoro, pausa pranzo in due scaglioni (ché se sei nel secondo non trovi più niente), lavoro, casa, sonno. Casa, almeno te la danno loro, i norvegesi. La cena no, e lì costa troppo. Così si va di avanti con le scorte che ognuno porta da casa. Tanto si deve stare lì tre mesi. Poi si torna, poi si riparte. Storie di emigranti.

Mariusz ha una famiglia numerosa, solo 32 anni, e vive per lavorare. Come tanti qui. Ma ha anche un hobby. Che ci fa sorridere. Perché è lo stesso di Mike Tyson (almeno quando faceva il pugile). Alleva piccioni. Non uno, centoventi (Tyson tremila). Per i quali, legno chiodi e martello, ha costruito una casa. Forse non è propriamente il passatemo che la vostra donna immagina per voi. Ma tant'è. Lui li acquista, fra mercati e internet, in Polonia e all'estero. Li cura e li fa volare verso casa del cognato. Ci mostra quelli in grado di fare il loro dovere di "piccioni viaggiatori".

Mariusz ricorda di averceli mostrati in un muto dialogo pomeridiano senza una lingua comune, ma fatto di gesti e cifre disegnate sulla sabbia con una piuma d'uccello. Lo ricorda in un momento in cui barcolla nella notte. Per lui, l'alcol è un problema. Siamo a undici incidenti stradali e qualche cicatrice in viso. In effetti il problema non è solo suo, da queste parti, vista la fine di tanti commensali che, entusiasti ed ospitali, continuavano a brindare con me a suon di vodka, e invece hanno finito (loro) la notte sulle ginocchia.

Proprio sull'orlo del ko, Mariusz ricorda la chiacchierata a gesti e monosillabi bilingue, e la nostra curiosità per le varie tipologie di pennuto collezionate (bianchi, marroni, bicolori, con collo grande come aquile o allungato come condor. Non come quelli delle nostre piazze...) e, con la traduzione in inglese di uno dei commensali, spara la sua proposta. Incosciente e generosa come solo un ubriaco. Disarmante e sincera proprio come un ubriaco. Ci vuole regalare due piccioni da portare via con noi, in macchina. Arrivati a Roma, dovremmo liberarli. Mima l'apertura della gabbia.

Cerco di arginare: E., ostico compagno di viaggio quando si parla della sua auto, non sarebbe d'accordo. E mi chiedo cosa ne direbbero le guardie a uno dei sei confini che dobbiamo attraversare. Commosso e al tempo stesso preoccupato, il mattino dopo schivo Mariusz. E non solo per evitargli il ricordo della sfida etilica. Forse sono riuscito a convincerlo dell'impossibilità dell'impresa: ventiquattro ore in macchina con il simpatico odore e la voce di due piccioni. Difatti, non tornerà più sull'argomento.

Però l'idea di liberare un volatile nel cielo di Roma non mi dispiaceva. Sento che avrebbe avuto un certo valore simbolico. E poi, chissà se sarebbe tornato alla base polacca. No, non mi sarebbe dispiaciuto. Ma questo Mariusz non lo ha mimato.

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mercoledì, 26 settembre 2007

Dal finestrino

Sono cresciuto facendo viaggi in macchina. Bambino dotato di sacco a pelo e cuscini di piume, e utilitaria con annesso carrello. Per contenere quel pezzo di casa che ci portavamo al campeggio. Frigorifero compreso. Ci si metteva in moto di notte dalla Capitale, quando ancora era sconosciuto il concetto di "partenze intelligenti". Io non dormivo mai. Facevo compagnia ai miei.

Lui guidava, lei parlava. Lei ha sempre parlato, lo fa tuttora senza interruzione, ma a quel tempo era per tenerlo sveglio. Cantavano. Lui, clownesco, con un falsetto che poi anche io ho adottato, in modo più serio e altrettanto maldestro. Facevo loro compagnia, e loro la facevano a me. Perché mi piaceva guardare l'Italia correre lungo il finestrino.

Quasi trent'anni dopo, duemila chilometri in ventiquattro ore, e sei frontiere da attraversare, sono un bel abbandono. Nonostante la frenesia dell'amico E, che prova a lanciare i 1.600 cc della sua Peugeot. Per risparmiare sul pedaggio, tagliamo l'Italia da Orte a Ravenna, poi a Venezia, per riprendere l'autostrada.

Il delta odora di mare stantio e industria. Un pezzo di riviera romagnola si fregia di bandiere blu e mi chiedo come. Poi la foce del Po. Natura dal verde ringiovanito, e un fiume impressionante, nonostante tutte le violenze subite. Lo guardo con rispetto. Lo stesso dei lontani e sconnessi racconti di nonna, bambina mantovana.

In Stiria la temperatura precipita a quattro gradi. Preoccupazione che striscia, per il nord a venire. Siamo solo a metà del viaggio. Però, tra i boschi e intorno alle casette isolate, si aprono prati scoscesi di verde alpino. E abeti bambini spuntano appiccicati a quelli più alti. Quasi a farsi tenere per mano dai grandi. Sarà per il freddo.

Un natale fuori stagione nell'ultimo villaggio (credo si chiami Neudorf) sulla strada che da Vienna ti porta tra le braccia Bratislava. In lontananza, luci rosse intermittenti. In sincrono. L'ipotesi "attacco alla Terra" è suggestiva, ma perché proprio la tranquilla Austria?
Conosco questa illuminazione da presepe ritmico. Due anni fa se ne stavano sdraiate sui campi, mentre raggiungevo la capitale slovacca. Ora accendono e spengono. Nel loro movimento coprono e scoprono la luce che ne segnala la posizione. Manciate di pale eoliche.

Il resto del viaggio, in cui infiliamo frontiera ceca, slovacca e polacca una dietro l'altra, è una notte inoltrata d'inverno, a un grado di temperatura e troppi banchi di nebbia. Pensiamo alla fine che fece Gaetano Scirea su queste strade. Non si fa, ma ci ridiamo, per scacciare la tensione.

Poi viene la Polonia. E frasi fatte alle quali pare impossibile rinunciare. Cantiere a cielo aperto è una di queste. Ognuno col marchio blu e le stelle dell'Unione europea.

Ma lo sguardo che più mi piace è un bel po' di chilometri dietro. L'autostrada che sale tranquilla fino a Tarvisio. Tra rocce sempre morbide. L'asfalto fa a gara di forme coi fiumi locali che corrono accanto. E l'acqua che scorre moderata su ciottoli bianchi. Pochi versi, che tornano in mente, anche se non si tratta dello stesso corso d'acqua.

Erano in un vecchio libro che trovai a casa dei nonni. Ingiallito, impolverato, senza copertina: "Allegria di naufragi", del 1919. Me ne sono impossessato a 14 anni, quando ancora non conoscevo Giuseppe Ungaretti. Il mio poeta.


Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo

E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua
[...]

(I fiumi - Giuseppe Ungaretti)

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giovedì, 20 settembre 2007

Se (un cigno, un treno, un uomo buono)

Il vuoto è sempre dietro l'angolo. A volte è un improvviso avvallamento del terreno. Qualche volta è un'imboscata, non prevista come tutte le trappole. Il vuoto lo senti nel respiro. Nei polmoni, che carichi di ogni tipo di aria, cattiva o buona, il catrame o una corsa nel parco.

Il vuoto lo vedi nel punto che guardi sempre al risveglio, la solita libreria che insegui nell'ingresso di casa. E' nella finestra, dove vedi la coppia di studenti dell'interno 4. Litigano spesso, rumorosamente, e ora si allacciano fra loro camminando sereni.

Il vuoto lo cammini, lentamente. Con lo sguardo fisso e un ritmo senza direzione. Una linea sottile che ti guida. I suoi gomiti, le curve attraenti. Eppure ti si stringono intorno, a immobilizzare. Le forbici in una mano, mentre l'altra cerca i nodi da sciogliere.

Il vuoto non lo dormi. Neanche hai voglia di andare a sbattere contro le sue pareti per cercare il sonno. Ti siedi in terra, ci appoggi la schiena, attendi. Una guardia notturna, fucile imbracciato, ma solo in missione di pace.

Il vuoto è una mano ferma in un gesto. Che tu non comprendi. E nessuno può capire.

If I were a swan, I'd be gone.
If I were a train, I'd be late.
And if I were a good man,
I'd talk with you
More often than I do.

If I were to sleep, I could dream.
If I were afraid, I could hide.
If I go insane, please don't put
Your wires in my brain.

If I were the moon, I'd be cool.
If I were a book, I would bend for you.
If I were a good man, I'd understand
The spaces between friends.

If I were alone, I would cry.
And if I were with you, I'd be home and dry.
And if I go insane,
And they lock me away,
Will you still let me join in the game?

If I were a swan, I'd be gone.
If I were a train, I'd be late again.
If I were a good man,
I'd talk with you
More often than I do.
(If - Pink Floyd)

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martedì, 18 settembre 2007

Isolation

Io li vedo i miei desideri. Ma senza coordinate. Non ho la mappa. E chissà se l'ho mai avuta. Vedo anche me. Vivo davanti a uno specchio. Ci vivo da tempo. Non so più da quanto. Forse mi ci sono piazzato di fronte, che ancora non sapevo se in giro c'erano altri simili a me. Un bel rifugio dove mostrare muscoli confortanti.

Intanto uno di noi due, lì davanti, è rimasto paralizzato. Quello che pensava di essere pronto, ma era solo una figura alimentata ad arte. Mentre faccio qualche passo indietro dall'immagine riflessa, frugo nelle tasche in cerca dei desideri. Dicono che ce li ho nel cuore. Non lo so. Vado a vedere. Tra cespugli e rovi. Con un po' di volontà, sarà un bel viaggio, credo. Lungo.  

Intanto, butto via uno strato di pelle.

Be clear every day, every evening
it calls here aloud from above
Carefully watched for a reason
mistaking devotion and love
surrendered to self-preservation
from others who care for themselves
But life as it touches perfection
appears just like anything else

Isolation (3)
Mother, I tried, please believe me
I'm doing the best that I can
I'm ashamed of the things I've been put through
I'm ashamed of the person I am

Isolation (3)
But if you could just see the beauty
these things I could never describe
Pleasures and wayward distraction
is this my wonderful prize?
Isolation (5)
(Isolation - Joy Division)

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lunedì, 17 settembre 2007

Piacevolmente insensibile?

Lo so che è un disco irrinunciabile. Ma io The Wall non ce l'ho. Mi rifiuto di acquistare a prezzo pieno un album di 27 anni fa. Anche se è uno dei più importanti della storia del rock. Certo, ce l'ho in una vecchia cassetta.

Certo, ho la discografia completa dei Pink Floyd, rimediata spulciando nelle offerte e tra le bancarelle di qualche capitale dell'est europeo. Ma il muro coi mattoni bianchi no. Però ho la versione live, uscita pochi anni fa, che raccoglie le canzoni suonate dal vivo al tempo dell'uscita del disco.

So che non è la stessa cosa. So che mi sono piegato comunque a un'operazione commerciale, però meno esosa del capolavoro originale in studio. So che quasi per punizione, la doppia confezione cadde in terra, appena misi piede in casa. Ora, appena la prendo in mano, si spariglia come un mazzo di carte.

So anche che lì trovo la mia canzone. Come mi fu detto in un orecchio durante un concerto di Roger Waters. Sì, è la mia canzone. Oggi più di allora. Oggi più che mai.


Hello,
Is there anybody in there
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home
Come on now
I hear you're feeling down
I can ease your pain
And get you on your feet again
Relax
I'll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts

There is no pain, you are receding
A distant ship smoke on the horizon
You are only coming through in waves
Your lips move but I can't hear what you're saying
When I was a child I had a fever
My hands felt just like two balloons
Now I've got that feeling once again
I can't explain, you would not understand
This is not how I am
I have become comfortably numb

O.K.
Just a little pin prick
There'll be no more aaaaaaaah!
But you may feel a little sick
Can you stand up?
I do believe it's working, good
That'll keep you going through the show
Come on it's time to go.

There is no pain you are receding
A distant ship smoke on the horizon
You are only coming through in waves
Your lips move but I can't hear what you're saying
When I was a child
I caught a fleeting glimpse
Out of the corner of my eye
I turned to look but it was gone
I cannot put my finger on it now
The child is grown
The dream is gone
And I have become
Comfortably numb.

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domenica, 16 settembre 2007

my alcoholic friend

La Buonanima ci mancherà. No, non è morto nessuno. Solo l'intuizione di G, collega calabrese di origine, marocchino d'aspetto, romano nella battuta. La Buonanima ha solo cambiato lavoro. O meglio, ne ha scelti altri due-tre, piuttosto che un full time con noi, in cui poi si occupava degli altri due-tre.

A cena, l'impegno è di non parlare di lavoro. E ci riusciamo. Solo che ogni tanto, nei discorsi e nelle battute, torna lui. E anche la boss dice che le mancherà. Per questo, d'ora in poi, lui sarà sempre, gogliardicamente, la Buonanima. Lei, capricorno presuntuoso, lo avrebbe mandato via chissà quante volte. Lui, capricorno presuntuoso, ma bravo illusionista nell'arte del cospargersi il capo di cenere, si è sempre salvato.

Finché non ha deciso di andarsene. Con grande preoccupazione del calabresemarocchinoromano, padre di famiglia, di fronte alla scelta fra un cocopro certo e un freelancing spinto. Ma la nostra Buonanima non ha due figli e un mutuo a carico, è solo un laureato con esperienze lavorative, che vive nel disordine spaziale di uno studente universitario. E ora va a giocarsi la sua mano di libertà.

Qualcuno, per spiegarlo, dice che la Buonanima è un giocatore di poker. Lui punta, rilancia, bluffa. Soprattutto bluffa. Però è così sfacciato che non glielo leggi in viso. In realtà c'è una bella differenza tra vita e poker. A carte con lui ci ho giocato, e sai sempre cosa ha in mano. Certo, se entrambi abbiamo carte buone, è davvero bravo. Nella vita non sai davvero cosa gli passa per la testa. Lui è solo uno che entra in quasi tutte le mani. Per generosità o incoscienza. E va avanti, perché sa che in qualche modo ne esce fuori.

Io, capricorno e presuntuoso (il terzo della serie), gli voglio bene. Anche se, quando sono stato il suo "capo", mi ha fatto incazzare spesso. È che anche a me piace giocare a poker. Mediocremente. Però so bluffare. Non sempre al momento opportuno. So nascondere le carte buone, e guidarti in trappola. Ma la vita è diversa. Nella vita a volte rilancio. Silenziosamente e prepotentemente. A volte, però (sennò chi mi conosce pensa d'aver sbagliato blog). Rilancio e basta. Ché sembra quasi non mi interessi il piatto, ma solo il rilancio.

Lui è la mia parte meno timida e più intraprendente (capace di scambiare chiacchiere con chiunque, quando io potrei essere il Michele Apicella che si nota più se sta in un angolo). Io sono lo scalino dei sentimenti che lui non vuole scendere o verso cui si scapicolla. Tutti e due siamo incoscienze, più o meno problematiche. Poi ci scambiamo le parti. Anche quella di chi punta l'ultima fiche.

Ecco perché ci troviamo bene. Ed ecco perché mi mancherà. Ora al posto del cazzeggio da ufficio c'è un bicchiere di vino. Ed è un bel brindare.

PS: Per un paio d'anni, si è beccato tutte le mie fisse musicali vecchie e nuove, dall'elettronica al metal più estremo. Ma un paio di dritte me la ha date anche lui. Come i Dresden Dolls. Teatrali e divertenti. Che, presuntuosamente, si autodefiniscono "Brechtian Punk Cabaret". Magari sono capricorno anche loro ;-)

PPS: Titolo e canzone bonariamente casuali...

I’m counting back
the number of the steps
it took for me to get
back on the wagon of the weekend

I’ll use the autotimer to prove that
I got home with my imagination
if they find the body in the basement
“in the very house that she was raised in!”

I’m taking down
the number of the Times
so when we get the sign
from god I’ll be the first to call them

I’m taking back the number of the beast
cause 6 is not a pretty number
8 or 3 are definitely better
a is for the address on the letter
to my alcoholic friends

I’m trying hard
not to be ashamed
not to know the name
of who is waking up beside me
or the date, the season or the city
but at least the ceilings very pretty
and if you are holding it against me

I’ll be on my best behavior
taking shots for mother nature
once my fist is in the cupboard
love is never falling over

should I choose a noble occupation
if I did I’d only show up late and
sick and they would stare at me with hatred
plus my only natural talent’s wasted  on my alcoholic friends
my alcoholic friend

(My Alcoholic Friends - The Dresden Dolls)

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venerdì, 14 settembre 2007

Parco K

Il parcheggio della metro ha annesso un fazzoletto di parco. Intitolato a un prete martire. Qualche anziano, qualche mamma con bimbi, un po' di cani nell'ora d'aria, due testimoni di Geova partiti criociati e arrivati pensionati, campo del cricket domenicale per cingalesi, birreria all'aperto per polacchi espulsi dagli accampamenti sulle rive dell'Aniene.

Oggi, una ragazza dell'est. Seduta su un cuscino da sedia, poggiato su un muretto. Capelli corti ai lati e gonfi verso l'alto. Tra il rosso e il biondo. Un aspetto rurale che i suoi discendenti non perderanno prima di tre generazioni. Un'età indefinita, compresa fra i 36 e i 46.

Chiacchiera con un vecchietta. Etta etta. Piccola e raccolta in una sedia a rotelle. Quattro linee di rughe le tengono insieme le mascelle. Non si intuisce molto altro. Peserà 40 chili, ma dieci sono di indumenti. Cappello di lana nero in testa. Cappottino, scialle sulle ginocchia. Pare abbia un filo di vita. Ci sono 28 gradi, lei chiacchiera fitta.

Roma regala il suo miglior settembre. E settembre si dà, libero, perché nessuno si aspetta molto da lui. Guardo la vecchietta che intanto tiene banco, ciarliera. Ascolto questa canzone. Ha un senso.


Pull the blindfold down
So your eyes can't see
Now run as fast as you can
Through this field of trees

Say goodbye to everyone you have ever known
You are not gonna see them ever again
I can't shake this feeling I've got
My dirty hands
Have I been in the wars?
The saddest thing that I'd ever seen
Were smokers outside the hospital doors

Someone turn me around
Can I start this again?

How can we wear our smiles
With our mouths wired shut
'Cause you stopped us from singing

I can't shake this feeling I've got
My dirty hands
Have I been in the wars?
The saddest thing that I'd ever seen
Were smokers outside the hospital doors

Someone turn me around
Can I start this again?
Now someone turn us around
Can we start this again?

We've all been changed from what we were
Our broken hearts left smashed on the floor
I can't believe you if I can't hear you
I can't believe you if I can't hear you

We've all been changed from what we were
Our broken hearts smashed on the floor
We've all been changed from what we were
Our broken hearts smashed on the floor

Someone turn me around
Can I start this again?
Now someone turn us around
Can we start this again?

(Smokers outside the hospital doors - Editors)

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giovedì, 13 settembre 2007

Ratti

Ci sei già stato, ma non ricordi quando. Nient'altro che un deja-vu. Sì, e con un sapore che rimane. Piacevole.

Siamo tra fine anni '70 e inizio anni '80. E' una debolezza, lo so. E ci casco sempre. Anche se non era, e non è, il mio genere preferito. Però, è come se facesse parte di me. Da sempre. Datemi una voce oscura e un suono romantico che scavano dentro. Ecco gli Editors.
 
Sì, se li avete sentiti, avrete notato una non vaga somiglianza con gli Interpol. Diciamo la risposta inglese. Inevitabile, quindi, che il pensiero scivoli subito ai Joy Division. Per questo, l'ascolto consigliato a chi va in giro a cantare "How are things on the West Coast?", come fa il gruppo newyorkese, e a chi ancora rimpiange al suicidio di Ian Curtis.

Poi, come accade con molti dischi di questo inizio secolo, si può continuare a giocare con orecchio e memoria. Oltre agli Interpol e ai Joy Division, c'è qualche scheggia di Echo & The Bunnymen, una tendenza pop alla Psychedelic Furs, accenni melodici degli Ultravox, una lontana eco epico da U2 giovani, i primi Radhiohead (qualcuno dice anche i Coldplay). Modelli più o meno nobili, a seconda dei gusti. Basta stare al gioco.

Detto così, sembra un mostro. E anche poco simpatico. I ragazzi hanno poco più di vent'anni e negano i debiti, soprattutto quello più importante ai Joy Division. Il loro secondo album (non perfetto, ma messo meglio a fuoco del precedente) ha l'augurante titolo di "An end has a start". Non casuale. 

Casuale, invece, la scoperta. Videoclip acustico su Qoob. Due chitarre, voce profonda e un po' piaciona (da crooner post-adolescente). Mi è apparsa mentre pensavo a Blimunda che legge Rat-Man. La canzone si chiama "The racing rats". Non casuale, direi. ;-)
 

When the time comes
You're no longer here
Fall down to my knees
Begin my nightmare
Words spill from my drunken mouth
I just can't keep them all in
I keep up with the racing rats
And do my best to win
 
Slow down little one
You can't keep running away
You mustn't go outside yet
It's not your time to play
Standing at the edge of your town
With the skyline in your eyes
Reaching up to god
The sun says its goodbyes
 
If a plane were to fall from the sky
How big a hole would it leave
In the surface of the earth
 
Let's pretend we never met
Let's pretend we're on our own
We live different lives
Until our covers blown
 
I push my hand up to the sky
Shade my eyes from the sun
As the dust settles around me
Suddenly nightime has begun
 
If a plane were to fall from the sky
How big a hole would it leave
In the surface of the earth
The surface of the earth
 
Come on now
You knew you were lost
But you carried on anyway
Oh come on now
You knew you had no time
But you let the day drift away
 
If a plane were to fall from the sky
How big a hole would it leave
If a plane were to fall from the sky
How big a hole would it make
In the surface of the earth
The surface of the earth

(The Racing Rats - Editors)

postato da eric7 alle ore 02:06 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: incursioni boreali


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