Curioso il percorso. Così casuale, che alla fine hai voglia di tenerlo insieme in un filo. A parte il valido "Rendition", per il quale ho ricevuto i biglietti, e "Parole Sante" di Ascanio Celestini, che andava visto, pensato e sorriso, alla Festa del Cinema ho scelto tre film che - ho scoperto - avevano voglia di parlarmi. E io di ascoltarli.
"Standing on the corner, suitcase in my hand. Jack is in his corset, Jane is her vest. And me, I'm in a rock'n'roll band". Cuffia piantata nelle orecchie e musica a palla. Sweet Jane di Lou Reed. Come introdurre un tossico in un film. E che tossico. Uno come Del Toro, con una faccia che pare non abbia fatto nessuno sforzo per entrare nella parte.
"Oltre il fuoco" sembra un bel film, ma il giorno dopo non ti lascia molto. E' una storia di elaborazione del lutto, il più straziante. Di un'amicizia e di dipendenza. Halle Berry e Benicio Del Toro sono più bravi della vicenda che vivono. Raccontata con un prevedibile filo retorico, ma anche con una sensibilità femminile che, anche senza saperlo, capisci c'è la mano di una regista donna.
Il lutto non ti fa dormire. E' il sonno che manca, il tempo scolpito nelle cifre lineari di una radio-sveglia. Non è solo morte. Può essere mancanza. Semplice separazione. Un orecchio carezzato a lungo, prima di addormentarsi.
Poi c'è il viaggio di "Into the wild". Il rifiuto e la fuga, la solitudine e la condivisione. Alla fine non c'è una soluzione unica. Se non la libertà. Che significa curiosità, ricerca e scoperta, costanti. Un nuovo e diverso punto di osservazione da scegliersi ogni volta. Senza per questo raggiungere l'Alaska.
Infine, "Natural born star". Film documentario su un ragazzo norvegese che ama il mare. Arriva in Italia in vacanza, diventa un attore di spaghetti western, si innamora e sposa Agostina Belli. Sembrava una vicenda bizzarra, narrata sull'onda emotiva vintage degli anni '70. E' la storia vera di uno che diventa attore per caso, ma che sogna di girare il mondo sulla sua barca. Così finisce la sua storia d'amore, prima che un errore giudiziario gli rovini la vita.
Tra i colori attuali di una cittadina norvegese e della sua casa di 20 metri quadrati, e quelli sgranati o in bianco e nero vecchi di oltre trent'anni, immagini di film del passato, i due protagonisti si prestano al gioco e all'incontro, tra pudore, imbarazzo e un'antica confidenza condivisa. Fred Robsham, lasciando l'Italia, le promette che un giorno, da vecchio, tornerà. La finzione, che non è finzione, gli offre l'occasione di farlo, con qualche anno d'anticipo.
Perché chi ha provato amore una prima volta, amerà per sempre. Dice il protagonista, anziano e solo, puro e malfermo.
Sei anni e mezzo nello stesso posto, la piccola azienda new media artigianale. Di gente che viene e va, ne ho vista. Chi è stato preso a calci nel sedere mentre noi lo tenevamo fermo perché fosse colpito meglio, chi se n'è andato in silenzio e poi ha fatto causa, chi ha fatto scelte di vita, chi di libertà, chi non era proprio capace.
Alla fine l'addio che commuove è quello di uno stagista. Che poteva crescere, col tempo, con pazienza. Ma da troppo in basso, rispetto a esperienze e cv più strutturati, in arrivo o già arrivati. Impossibile difenderlo, perché chi verrà dopo è più referenziato e, dunque, più caricabile di lavoro. Potenzialmente, un investimento per il futuro.
A L. mi legano gli studi classici, Lettere e un atteggiamento che pare indolente (perché uno stagista dovrebbe tirare tardi in ufficio?). Ma è solo saggio, pensato, rilassato, come i suoi tre mesi solitari in India, dopo la laurea. Forse sembra gli manchi determinazione. Non l'umiltà, visto che nel suo cv c'è anche il lavoro in mezzo alla terra.
A L. mi lega dunque un po' di empatia, i progetti lavorativi portati avanti insieme, la boxe degli anni '80, un po' di gusti musicali (è un dato scientifico che la musica abbia raggiunto il suo apice nel 1976, dice citando Homer Simpson). L'amore per i Creedence Clearwater Revival e, di conseguenza, per "Il Grande Lebowski".
Ora lui vorrebbe mettersi in viaggio e, mahari, piantare le tende all'estero. Ci salutiamo sulle note di "Bad moon rising". È tempo di cambiamenti. Magari non proprio oscuri come quelli della canzone. Poi vedo la luna uscendo dall'ufficio. Opaca e bassa tra le nuvole nerofumo.
I see the bad moon rising
I see trouble on the way
I see earthquakes and lightnin'
I see bad times today
Don't go 'round tonight
It's bound to take your life
There's a bad moon on the rise
I hear hurricanes blowin'
I know the end is commin' soon
I fear rivers over flowin'
I hear the voice of rage and ruin
Don't go 'round tonight
It's bound to take your life
There's a bad moon on the rise
Hope you got your things together
Hope you are quite prepared to die
Looks like we're in for nasty weather
One eye is taken for an eye
Don't go 'round tonight
It's bound to take your life
There's a bad moon on the rise
(Creedence Clearwater Revival - Bad moon rising)
E' successo. Lo avevo minacciato da giorni. Qualcuno assecondava il matto, altri tagliavano corto infastiditi. Alla fine, ho passeggiato sul Red Carpet della Festa del Cinema. Non sono stato l'unico. Puoi farlo in uscita dall'Auditorium, te lo concedono in entrata, se c'è un grosso flusso di persone.
Io l'ho fatto in compagnia di mio fratello Goreque, tra due ali di folla con penna e foglio in mano, giornalisti più o meno rampanti, flash puntati addosso, seguito in un lungo primo piano dalla telecamera panoramica. Il tempo di finire vanitosamente la passerella, e ho capito il perché tutta quella gente in attesa. Dietro di noi è arrivato Sean Penn. Sfatto, spettinato e con la sigaretta accesa, tra le dita e pendente sulle labbra, s'è fatto anche lui il Red Carpet, distribuendo nicotina e autografi.
"Into the wild" è un film splendido (e il sito un'esperienza all'altezza). La fuga e il viaggio, estetici ed estremi. È la libertà, e i modi, alla fine mai univoci, per raggiungerla. La solitudine e la condivisione, vissute, rifiutate, cercate. È camminare a piedi nella neve, vivere chiusi dentro casa, avere una casa su quattro ruote. Altro non dirò, per non rovinare la curiosità di chi vuole vederlo.
Però "Into the wild" è anche, in parte, anche i luoghi che sto disegnando sulla mappa di un viaggio, masticato e prossimo (anche se né io ne lui, il viaggio, sappiamo quanto prossimo). Luoghi che ieri sera ho smesso di immaginare, perché li ho visti, finalmente. Filtrati da una lacrima.
Vorrei che chiunque si sta mettendo in viaggio, da solo o in compagnia, vedesse questo film.
Il futurismo non m'è mai piaciuto. Troppo violento nelle intenzioni, nelle provocazioni e nelle interpretazioni.
Col giusto distacco, però, è stata una rivoluzione, con cui, ora più di allora, facciamo i conti. Futurista è l'arte, e la comunicazione, che viviamo tutti i giorni per le nuove tecnologie (curiosando in giro, mi consola non essere solo a pensarlo).
Futurista il gesto di insozzare di rosso l'acqua delle Fontana di Trevi. Senza conseguenze. In sé, avrebbe anche un certo fascino: scopro un impensabile istinto teppistico.
Fanno senso invece le motivazioni, la firma, e l'humus nero in cui nasce.
Sentire il sospettato dirsi innocente, anche perché è "un precario di 54 anni", è una beffa. Una presa per il culo che neanche il più provocatorio dei movimenti culturali avrebbe pensato.
Precario? Quasi quasi la prendo a ridere. Dopo la manifestazione di sabato contro il precariato, quello vero, faccio un po' fatica.
Lui ha capelli grigi e corti, e barba un po' meno grigia, un maglione rosso e la voglia di parlare. Lei, una mora dalla carnagione scura, bella donna qualche anno fa e la voglia di parlare. Più vicini ai 50 che ai quaranta. Non so perché, li noto subito sulla banchina in attesa della metropolitana.
Sul treno prendo in mano lo smartphone per buttare giù un'idea di post. Alzo gli occhi. Seduti, si sorridono e chiacchierano. Improvvisamente, lei prende il viso di lui tra le mani, e lo bacia. Mi invito segretamente alla loro complicità.
Comincio a scrivere, ma devio dalle intenzioni. Il vagone si riempie, lei si alza e cede il posto, lui rimane seduto. Tutti intorno e ognuno nei propri pensieri, a testa bassa su un libro, un giornale gratutto, la giornata lavorativa che comincia.
Loro continuano, lo stesso, a mischiare baci chiacchiere e sorrisi. Sereni e senza tempo.
Avevo un sogno
eterno un giorno
uscire e salutare
uno ad uno
uscire ed ascoltare
uno per uno
dando quel poco
di tutto che abbiamo
ma non è un sogno è
la mia rivoluzione
no non è un sogno è
la mia rivoluzione
a colpi di grazie
è l'unica abbondanza
che ci può saziare
e ci basterà finchè
ci basteremo
ci sazierà finchè
ci basterà finchè
ci basteremo
ci sazierà finchè
NON MITI NON DITA
AD INDICARE METODI DI VITA
solo io e la mia rivoluzione
solo io e
la mia rivoluzione
è a colpi di grazie
è l'unica abbondanza
che ci può saziare
ci basterà finchè
ci basteremo
ci sazierà finchè
ci basterà finchè
ci basteremo
ci sazierà finchè
finchè
finchè
finchè
finchè
DURA
(Marco Parente - La mia rivoluzione )
Eccolo il lavoro che farei. Possibile non averci pensato prima? Altro che giornalista, altro che esperto di comunicazione web. Da grande voglio fare il presidente della Columbia Records. Voglio spiegare alle major discografiche come riconquistare compratori, grazie alle nuove tecnologie e proponendo ottima musica, possibilmente mai banale.
Da grande voglio fare il Rick Rubin. Chi è? Uno di quelli che ha rivoluzionato la musica alternativa degli ultimi venti anni. Intanto diciamo cosa fa adesso. Quarantaquattro anni, cammina scalzo, vestito di una tunica bianca, barba grigia lunga e capelli lunghi, occhiali da sole perennemente inforcati. Siede in terra e passa il tempo ad ascoltare rock in cuffia, in assoluta tranquillità buddista.
A lui si è rivolta la Columbia per risollevare le sorti dell'industria discografica. Lui ha chiesto carta bianca, vestirsi come vuole, nessuna formalità, nessun telefono, nessuna scrivania in nessuna sede della multinazionale Sony. Così lo descriveva un paio di settimane fa un articolo su Internazionale, uscito sul New York Times Magazine.
Ha reso il rap globalmente accettato, inventando una casa discografica, la Def Jam, dalla sua stanza del college (mai sentito parlare di Ll Cool Jay?). Poi porta i Beastie Boys in testa alle classifiche mondiali. Suo è il primo singolo crossover: Run Dmc e Aerosmith insieme per un rock rappato e un po' maranza (Walk this way).
Col marchio Def American, invece, si prende uno tra i gruppi più estremisti del metal, gli Slayer. Di passaggio, produce il capolavoro dei Red Hot Chili Peppers (Blood, sugar, sex, magic), rendendoli finalmente ascoltabili. Poi, si dedica alla tradizione statunitense e sceglie Johnny Cash, ormai vecchio e fuori dal giro, producendogli cinque capolavori che omaggiano la vita dell'Uomo in nero e coverizzano mezza storia del rock. Ora la carriera di manager. Sempre a modo suo.
Come al solito, punto in alto. Anche coi sogni e coi desideri. Ma stasera penso solo alle belle persone che una forma sanno dargliela, ai desideri, con semplicità e passione. Poi, su Internazionale, rileggo il loro oroscopo di questa settimana. "Il cosmo ricompenserà i tuoi sforzi per abbattere gli ostacoli che impediscono agli altri di raggiungerti". Ecco, mettiamola così: in qualche modo, c'è un'altra metà da rendere vera.
Sono le piccole cose che misurano la salute. I momenti che sembrano da niente a regolare temperatura ed energia. Una voce, un suono, che ritrovi.
Lì sull'Acheronte dove greci e turisti vanno a godersi un tempo che non corre (e noi con gli studi classici e il mito in testa), puoi scendere in canoa, passeggiare contro una corrente gelata e mangiare bene. Mettendoli nell'ordine che vuoi.
Un colpo di chitarra suona fra gli abeti dell'Epiro e parte un rock pieno e allegro. Ci guardiamo e sorridiamo, forse ci prendiamo per mano, canticchiamo per un po'.
Siamo così fuori dal tempo che qui i benzinai hanno insegne arcaiche di quarant'anni, e ascoltare una canzone di Morrissey è una piccola gioia che sorprende.
Non è la più bella, ma a suo modo allegra, ed è nello splendido disco che ce lo ha restituito (You are the Quarry) sensibile come venti anni prima.
Notte di lungo sonno e sogni. Di paura e morte, amore e passione. Stamattina il cd è finito subito nel lettore. Ho cantato (e stonato) liberamente.
You have never been in love
until you’ve seen the stars
reflect in the reservoirs
And you have never been in love
until you’ve seen the dawn rise
behind the Home for the Blind
We are the Pretty Petty Thieves
and you’re standing on our streets
where Hector was the
first of the gang with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die, oh my
Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die, oh my
You have never been in love
until you’ve seen the sunlight thrown
over smashed human bone
We are the Pretty Petty Thieves
and you’re standing on our streets
where Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and the first to do time
the first of the gang to die
Such a silly boy
Hector was the first of the gang
with a gun in his hand
and a bullet in his gullet
and the first lost lad
to go under the sod
And he stole from the rich and the poor
and the not very rich and the very poor
and he stole all hearts away
He stole all hearts away
He stole all hearts away
Away...
He stole all hearts away
Away...
(Morrissey - The First Of The Gang To Die)
Allora il Festivalbar sembrava una cosa seria. Ma forse non lo è mai stato. Lui lo vinse. Con una canzone disarmantemente orecchiabile.
Era il 1979. Ricordo una sorta di scommessa con mio padre. Io avevo solo sette anni. E cominciavo a fare i conti con un cuoricino maldestramente romantico (poi è cresciuto proprio così). Papà avrebbe dovuto indovinare quale sarebbe stata la mia canzone dell'estate. E mi avrebbe regalato il 45 giri. Naturalmente perse. Perso, com'era, nei suoi ascolti di Elvis e Celentano.
La canzone era "L'unica donnna per me". Inno d'amore a portata di tutti, tra melodia e falsetto. Il culmine di una breve carriera che dalle visioni di un raffinato progressive era scivolata verso una dance pop commerciale.
Di Alan Sorrenti non conosco molto altro. Praticamente solo un'altra canzone, l'unica del cantautore napoletano trasmessa da Radio Rock. Voce acuta, arpeggi. Un sogno.
Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,
vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India,
vorrei incontrarti ma non so cosa farei:
forse di gioia io di colpo piangerei.
Vorrei trovarti mentre tu dormi in un mare d’erba
e poi portarti nella mia casa sulla scogliera,
mostrarti i ricordi di quello che io sono stato,
mostrarti la statua di quello che io sono adesso.
Vorrei conoscerti ma non so come chiamarti,
vorrei seguirti ma la gente ti sommerge:
io ti aspettavo quando di fuori pioveva,
e la mia stanza era piena di silenzio per te.
Vorrei incontrarti proprio sul punto di cadere,
tra mille volti il tuo riconoscerei,
canta la tua canzone, cantala per me:
forse un giorno io canterò per te.
Vorrei conoscerti ma non so come chiamarti,
vorrei seguirti ma la gente ti sommerge:
io ti aspettavo quando di fuori pioveva,
e la mia stanza era piena di silenzio per te.
Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,
vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India,
vorrei incontrarti ma non so cosa farei:
forse di gioia io di colpo piangerei.
(Alan Sorrenti - Vorrei incontrarti)
No, non ci siamo capiti. Io ti amo. Ancora.
Ogni sera spero che la Lacuna esista davvero. Dare loro le chiavi di casa, consegnarmi nel sonno al trattamento e cancellarti dalla mente. E così ricominciare.
Mica facile. Se dovessi dare loro tutte le cose utili alla cura, questa casa si svuoterebbe. Rimarrebbero solo le maniglie. E il giorno dopo ricomincerei a passaggiare per Ikea e altri mobilifici a buon mercato. Per sostituire ciò che ho comprato con te, le cose consigliate e quelle prese di testa mia. Persino oggetti miei, che esistevano prima di te, con te hanno acquistato un altro significato.
Ma non è così che va. La Lacuna non esiste. Per fortuna, probabilmente. Sarebbe troppo facile, probabilmente (?).
E poi Joel resiste, nel sonno. E nel sonno va a riprendersi la sua Clementine. Finché, la mattina dopo, non devia dalla strada dell'ufficio, per prendere il treno nella direzione opposta. Verso la spiaggia spruzzata di neve di Montauk. Senza sapere perché.
Ecco, io vorrei prendere quel treno. E in cuor mio, povero illuso immaturo, incontrare sulla stessa sabbia la mia Clementine. Anche lei è tornata a guardare il mare là dove si erano conosciuti. Anche lei non sa perché. Però si ritrovano, e si ri-conoscono. E dopo aver scoperto la sconcezza del cancellare i ricordi, lasciano dietro le spalle i brandelli di passato rimasti.
Io credo che, senza le sconcezze, noi potremmo stare insieme. Togliendoci di dosso il male, lavando via l'uno all'altra il dolore, muovendo un passo indietro.
C'è qualcosa che ci unisce. E che non possiamo cancellare. Ma - si dice - non potremo più riunire.
Io non riesco a spiegarlo. Ma sai bene cos'è. È un pensiero teso verso l'altro, un desiderio, un ricordo.
È quell'esserci appartenuti prima che ci conoscessimo, scoperto guardandoci negli occhi le prime volte.
È ciò con cui mi sono ferito, ciò con cui ti ho ferita. È proprio quello che mi tiene in piedi, mentre le altre persone mi fanno paura.
So che se ci incontrassimo di nuovo, ci innamoreremmo di nuovo. Se fossimo vuoti di ciò che è accaduto.
Sarebbe come far sparire una moneta dal palmo della tua mano, farti scegliere una carta e farla comparire dietro le tue orecchie, sarebbe il coniglio nel cappello.
Sarebbe magia. Ancora. E nuova.
Sarebbe sangue da versare, lo so. Ma prima di guarire.
Ci siamo appartenuti e ci apparterremo sempre. Perdona la stupidità, ma io ti amo. Ancora.
I got a coin in your palm
I can make it disappear
I got a card up my sleeve
Name it and I'll pull it out your ear
I got a rabbit in the hat
If you wanna come and see
This is what will be
This is what will be
I got shackles on my wrists
Soon I'll slip and I'll be gone
Chain me in a box in the river
And rising in the sun
Trust none of what you hear
And less of what you see
This is what will be (This is what will be)
This is what will be
I got a shiny saw blade (a shiny saw blade)
All I need's a volunteer
I'll cut you in half
While you're smilin' ear to ear
And the freedom that you sought
Driftin' like a ghost amongst the trees
This is what will be
This is what will be (This is what will be)
Now there's a fire down below
But it's coming up here
So leave everything you know
Carry only what you fear
On the road the sun is sinkin' low
Bodies hanging in the trees
This is what will be (This is what will be)
This is what will be
(Bruce Springsteen - Magic)
Dicono che sono malato. L'affermazione striscia da molti mesi. Negli ultimi due, però, è vulgata ufficiale.
Sono malato perché amo. Malato perché ho bisogno d'amore. Malato perché non mi sono sporcato le mani per difenderlo, il mio amore. Il sogno. Le sue forme.
Malato perché, quando l'ho difeso, quelle mani non si sono agitate, ma hanno sganciato la bomba H. Clic. E, anche se avessi davvero molte più ragioni bombardiere di un Bush jr, non saranno mai ammesse.
Malato perché desidero un amore esclusivo. Degno (vulgata) di quello di una madre. Perché amo la passione e ho bisogno del contatto fisico. Perché se manca, mi indebolisco e poi ingelosisco. Scalpito. Proprio come un pupo.
Un caso da analisi. Ma almeno non m'inoltro in secondari sentieri confidenziali, equivoci e giochi di fascinazione.
Un amore elementare, forse. Ma che, con ostinata e probabile (lo ammetto) autoindulgenza, definisco puro. Un giorno tornerò qui ad affermarlo con decisione e senza assoluzione.
Certo ho sbagliato. E tanto. In mano ho uno di quei mazzi truccati con le carte uguali. Sono tutti i miei errori.
Dicono che devo curarmi. Per guarire. Ma da cosa. Io mi piaccio così. E a lungo sono piaciuto così.
Non so perché, ma mi vengono in mente queste battute.
Dottore: Vedete come guarda sereno? E' già guarito...
Nando Moriconi: Ah Nando! Che è?!? 'Hai sentiti? Dicono che sei veramente guarito? Ma guarito de che. Ma de che, dico io. Essaunagana. Essauana...
(Alberto Sordi, nel finale di "Un americano a Roma")
Malato, sì. Ma ogni tanto con la voglia di sorridere.