satyra

dalla parte di una trottola sedentaria
venerdì, 09 maggio 2008

Io non tremo. E' solo un po' di me che se ne va...

Afterhours - Roma, Teatro Tendastrisce. 8 maggio 2008

Se non ne ho persa qualcuna per strada...

Naufragio sull'isola del tesoro
E' solo febbre
Ballata per iene
Le verità che ricordavo
Neppure carne da cannone per Dio
La sottile linea bianca
La vedova bianca
Tutti gli uomini del presidente
Pochi istanti nella lavatrice
Punto G
I milanesi ammazzano il sabato
Tema: la mia città
È la fine la più importante
Bye bye Bombay
Non sono immaginario
Oppio
Riprendere berlino
Tarantella all'inazione
Orchi e streghe sono soli
_______________________
Voglio una pelle splendida
Musa di nessuno
Male di miele
_______________________
For what it's worth
Bungee jumping
Estate
Quello che non c'è
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categoria: in viaggio, incursioni boreali


lunedì, 05 maggio 2008

Everything dies, baby, that's a fact, but maybe everything that dies someday comes back

Danny Federici è morto il 17 aprile. Danny Federici era il tastierista della E Street Band e amico di gioventù di Bruce Springsteen. Se ne è andato dopo tre anni di lotta contro un melanoma.

Anche io ho sofferto per un melanoma. Ne porto un ricordo tutto sommato discreto su un braccio, con un bel pezzo di pelle che manca. Nulla di più, per fortuna. La fortuna di essere tenuto sotto controllo dalla sanità italiana.

Oggi su Roma c'era un bel sole che poi ha virato in pioggia. Tutto molto poco piacevole, e assai britannico. Nel momento più buio, ho saputo che era morto Danny Federici. Non me ne ero accorto, nelle settimane precedenti. Ero troppo impegnato in prove di volo. Simulazioni.

Danny Federici non era il mio tastierista preferito, né la tastiera è il mio strumento preferito. Però era amico di un amico, Bruce Springsteen. Ascolto il primo concerto della band dopo la sua morte. Penso a cosa abbia significato attaccare la prima canzone con un buco giusto al centro del petto. La mancanza.

Alla fine mi chiedo perché sto qui ad aggiornare un blog che volevo non avesse più voce. Forse è giusto così. Anche le cose vecchie possono avere un senso nuovo. O solo il senso giusto. Magari la risposta è nel titolo.

Ora rimetto gli auricolari. Con questa canzone (emmepitre) si è aperto il concerto di Tampa, cinque giorni la morte di Danny Federici.

One soft infested summer me and Terry became friends
Trying in vain to breathe the fire we was born in
Catching rides to the outskirts tying faith between our teeth
Sleeping in that old abandoned beach house getting wasted in the heat
And hiding on the backstreets, hiding on the backstreets
With a love so hard and filled with defeat
Running for our lives at night on them backstreets

Slow dancing in the dark on the beach at Stockton's Wing
Where desperate lovers park we sat with the last of the Duke Street Kings
Huddled in our cars waiting for the bells that ring
In the deep heart of the night to set us loose from everything
to go running on the backstreets, running on the backstreets
We swore we'd live forever on the backstreets we take it together

Endless juke joints and Valentino drag where dancers scraped the tears
Up off the street dressed down in rags running into the darkness
Some hurt bad some really dying at night sometimes it seemed
You could hear the whole damn city crying blame it on the lies that killed us
Blame it on the truth that ran us down you can blame it all on me Terry
It don't matter to me now when the breakdown hit at midnight
There was nothing left to say but I hated him and I hated you when you went away

Laying here in the dark you're like an angel on my chest
Just another tramp of hearts crying tears of faithlessness
Remember all the movies, Terry, we'd go see
Trying to learn how to walk like heroes we thought we had to be
And after all this time to find we're just like all the rest
Stranded in the park and forced to confess
To hiding on the backstreets, hiding on the backstreets
We swore forever friends on the backstreets until the end
Hiding on the backstreets, hiding on the backstreets

(Bruce Sprinsgteen - Backstreets)

postato da eric7 alle ore 16:56 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 18 aprile 2008

Orsù, almeno un titolo. Dedicato a una persona che m'ha scritto parole belle. Non l'ho mai visto, ma dico che è amico mio

 

 

postato da eric7 alle ore 22:45 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: in viaggio


martedì, 01 aprile 2008

With loves, and hates, and passions just like mine, they were born, and then they lived, and then they died

Due settimane fa. Guardo Roma-Milan con mio cugino e il figlio. Tutto sommato è divertente vedere la partita interrotti da un bambino di due anni, tanto più se hai la possibilità di premere il tasto "Pause". A Los Angeles è mezzogiorno e mezzo. Il deserto è alle spalle. Come l'ultima tappa del viaggio in macchina: Salvation Mountain.

La creazione di uno strano uomo, ora secco e storto nei suoi 75 anni, la pelle segnata per sempre dal sole. La sua macchina si ruppe lì 25 anni fa e la permanenza, che doveva essere di una settimana, è diventata un per sempre. "Dio è amore", ripete Leonard Knight nella sua scultura di sabbia e paglia, colorata con la vernice acrilica che la gente gli fa arrivare. E lo dice anche a me.

Salvation Mountain è un luogo d'amore. In un sincretismo religioso, spirituale o solo fricchettone. In mezzo alla sabbia alzata dal vento, che porta con sé la puzza di sale dell'acqua stantia di Salton Sea. Avevo già deciso di andare nel deserto, quando vedere Leonard Knight in "Into the wild" mi ha dato la conferma che il viaggio era sulla giusta strada.

Sono rimasto a guardare Salvation Mountain a lungo, pensando all'amore. Amato. Ricambiato. Deluso. Calpestato. Prepotente. Impotente. Commuovendomi. Provando a scrivere una mail che non è mai partita. E non avrebbe cambiato alcun destino. Ero definitivamente pronto alla vita. Ma quella vita se n'era andata da un po'.

Ora mantengo la promessa fatta un mese fa, prima di partire. Chiudere queste pagine. Perché forse, davvero, un pezzo di vita si è concluso. Dopo 37 anni, quattro di pura meraviglia, e tre settimane da solo in giro per gli Stati Uniti.

Semplicemente, non aggiornerò più il blog. E tutti quelli che passeranno... spero ci trovino un po' d'amore. Chi capiterà per caso, chi mi conosce, chi può capire. E dire: "Gianluca ha amato davvero".

PS: La canzone giusta la trovo suonata casualmente in un negozio di dischi di Dublino, dove mi fermo una giornata prima di ritornare a Roma. Acquisto subito il cd. E' l'ultima canzone d'amore. Prima di prepararsi alla nuova vita. E di smetterla di crogiolarsi in questo stato. Questo addolorato giovane Werther, decisamente fuori tempo massimo, passa e chiude.

All the towers of ivory are crumbling
And the swallows have sharpened their beaks
This is the time of our great undoing
This is the time that I'll come running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
One more time

The light in our window is fading
The candle gutters on the ledge
Well now sorrow, it comes a-stealing
And I'll cry, girl, but I'll come a-running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
Once again

Gone are the days of rainbows
Gone are the nights of swinging from the stars
For the sea will swallow up the mountains
And the sky will throw thunder-bolts and sparks
Straight at you
But I'll come a-running
Straight to you
But I'll come a-running
One more time

Heaven has denied us its kingdom
The saints are drunk howling at the moon
The chariots of angels are colliding
Well, I'll run, babe, but I'll come running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
One more time

(Nick Cave - Straight to you)

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domenica, 30 marzo 2008

Urla del silenzio (quasi zero)

La morte di Dith Pran mi arriva dal telegiornale nel momento in cui mi preparo a mettere fine a questo blog.

Dith Pran era un fotoreporter cambogiano finito quattro anni nei campi di lavoro dei Khmer rossi, dopo che gli era stato impedito di lasciare il paese insieme all'amico e collega americano, Sidney Schenberg. Finalmente riusci ai mettersi in salvo in Thailandia, attraverso i cosiddetti killing fields, i campi di sterminio pieni di scheletri di oppositori del regime, e poi negli Usa.

La sua vicenda, una storia di impegno, amicizia e giornalismo (che non salva neanche gli americani che abbandonano la Cambogia al proprio destino), è raccontata dal meraviglioso "Urla del silenzio".

Il pensiero va alla mia vita, molto più modestamente. Vidi quel film in un cinema di Roma che a metà degli anni 80 era di terza visione, poi è diventato un centro sociale e ora non lo so.

"Urla del silenzio" mi raccontava di un giornalismo serio. Avrò avuto 15 anni ma già dalle elementari sognavo quel mestiere. "Urla del silenzio" fu il primo film che andai a vedere al cinema da solo. E' stato anche l'ultimo.

Ora, del giornalista ho solo il tesserino, ma non il lavoro, anche se ho a che fare con la scrittura. E la donna con cui adoravo andare al cinema, e tutti e due adoravamo parlarne insieme davanti a un bicchiere di vino o di birra, non è da tempo la mia compagna.

Prospettive deprimenti? No, prospettive di cambiamento. Il motore è in panne, ma finalmente so dove mettere le mani. 

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sabato, 29 marzo 2008

GEt me. -1

Sull'aereo che mi portava a New York, pensavo a che tipo di risposte avrebbero dovuto darmi tre settimane negli Stati Uniti.

Un po' troppo in anticipo, visto che avevo lasciato casa da otto ore. Conoscendomi, ero certo che il viaggio mi avrebbe cambiato. Ma solo per qualche settimana. Prima di tornare nel binario che, pare, mi piace tanto percorrere.

Approccio sbagliato. Non erano le risposte che dovevo cercare. Di domande me n'ero fatte anche troppe. Molte troppo tardi.

Fare (le cose), non farsi (le domande). Tutto qui. Spostarsi ogni uno o due giorni, mangiare e farsi capire, da straniero. Ma soprattutto far passare il tempo, da solo. Strappando la pagina del mio vocabolario alla pagina "dovere". Allora ho riconosciuto la libertà e quanto sono maledettamente legato a chi me l'ha insegnata.

Quattro giorni erano pochi per fare un bilancio, la prima volta che ne ho sentito il bisogno. Ora, con tre settimane alle spalle, un pezzo di mondo visto, la capacità di agire da solo e il mediocre ritorno a casa, posso dire di aver imparato qualcosa: non si cercano risposte. E non si fanno bilanci.

Si fa. E di cose da fare ce ne sono. Lo scrivo, mentre mi oppongo a una lancetta che mi sfonda il petto: segna un conto alla rovescia che sta per separarmi per sempre da ciò che sono stato e da chi ho amato. 

I don't see you
I won't call you
I don't know enough to stall you
Is it me, or is it all you?
Guess, it's on and on

On a day, maybe I'd show you
But it's the least of all I go through
But the thing is I don't know you
And it's on and on

Trembling words don't make my eyes close
And if anyone but you'd know
I can't find out 'cause it won't show
And it's on and on

Every dream is shot by daylight
And I pray that maybe you're right
But if you don't, maybe I might
'Cause it's on and on

When it takes to long, I lose it
I'll just hang while you abuse it
If you knew, then why'd you choose it?
'Cause it's on and on

You're not gonna get me through this are you?
You're not gonna get me through this are you?
 
Anytime I'm there to show you
And if it takes too long I know you
You're out the door just leavin' me screwed
And it's on and on

Everytime I try to fight it
It's so hard to seem excited
And if you don't
try and bite it
And it's on and on

You're not gonna get me through this are you?
You're not gonna get me through this are you?

I don't see you
I won't call you
I don't know enough to stall you
Is it me, or is it all you?
Guess, it's on and on

Every dream is shot by daylight
And I pray that maybe you're right
But if you don't maybe I might
Cause it's on and on

(Dinosaur Jr - Get Me) 

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venerdì, 28 marzo 2008

everything's ending here. -2

A me San Francisco non è piaciuta. Sarò l'unico. Il perché l'ho scritto. Lungo tutta Market Street, la strada principale che porta ai gratatcieli del distretto finanziario e poi al mare, troppa povertà vista in giro. E ancora non ho capito se era davvero una dimostrazione di fratellanza, tolleranza o semplice lasciar vivere.

Però mentre il vento spezzava la gola, e il freddo caricava un raffreddore che mi porto dietro da una settimana, mi sono rintanato nel Virgin Megastore. Una sorta di paradiso terrestre musicale dove alla voce rock/pop trovavi tutto l'immaginabile, death metal compreso, e a ogni lettera dell'alfabeto aveva un espositore lungo come una porta di calcio.

Ad Alessandro ho regalato l'ultimo disco di Morrissey, quello registrato a Roma. Quello riascoltato in concerto a Ostia, due anni fa, in una delle giornate in cui i sogni si realizzano. Era stato proprio Alessandro a prestarmi The Queen is dead e a farmi scoprire gli Smiths.

Alla moglie Heidi, Twelve di Patti Smith. Spirituale disco di cover. Anche a lei lego un ricordo. Una notte di settembre (anche quelle molto fredda), a Fiuggi, il palco diviso con Lou Reed. E il concerto dello scorso luglio, alla cavea dell'Auditorium di Roma. Quando per me le realtà facevano a cazzotti, contendendosi un passato e un futuro, che perdevano brandelli.

Due dischi recenti, che forse non rientrano nei loro gusti, ma che vorrei facessero loro almeno una parte del bene che hanno significato per me.

A me ho regalato qualunque cosa fosse in offerta o a prezzo conveniente rispetto all'Italia. Questo, per me, è fare shopping in America col cambio favorevole (t-shirt a parte, dove ho speso più che per dormire). Ho portato a casa il primo disco dei Mars Volta, che mi provocano ansie, però sono il massimo dell'esecuzione rock, al momento; Welcome to the Pleasuredome dei Frankie goes to Hollywood, perché non si batte, è un pezzo di prima adolescenza e c'è una coraggiosa cover di Born to run di Springsteen; l'ultimo dei Radiohead in una confezione speciale, Johnny Cash live a Folsom Prison (regalato a papà).

A questi, si aggiungono tre dischi che per me rappresentano gli anni '90, forse il momento della divaricazione tra sogni che non ho più seguito e realtà alla quale mi sono accodato senza domande. Tutti e tre li ho comprati a suo tempo, tutti e tre li ho venduti per racimolare qualche lira da studente: Sebadoh III dei Sebadoh, Where you been dei Dinosaur Jr e Slanted and Enchanted dei Pavement. Musica lo-fi e rock assai distorto. Ristampati in edizione de luxe.

Era giusto che tornassero nella collezione di cd, prima del prossimo viaggio. Che sarà più lungo, molto più lungo, di tre settimane negli Usa. Magari li ascolterò una volta sola. Ma sarà come incontrare chi hai amato dopo tanto tempo. Prima di partire.

L'appuntamento è con una canzone in particolare. La metto, e la rimetto. E, nel mentre, a proposito di amici, chatto con m4dt3o, e con Sab che ci osserva, due che per un po' hanno deciso di picchettare la tenda a Cork.


i was dressed for success
but success it never comes
and i'm the only one who laughs
at your jokes when they are so bad
and your jokes are always bad
but they're not as bad as this

come join us in a prayer
we'll be waiting waiting where
everything's ending here

and all the sterile striking it defends
an empty dock you cast away
and rain upon your forehead
where the mist's for hire if it's just too clear
let's spend our last quarterstance randomly
go down to the outlet once again

painted portraits of minions & slaves
crotch mavens and one night plays
are they the only ones who laugh?
at the jokes when they are so bad
and the jokes they're always bad
but they're not as bad as this

come join us in a prayer
we'll be waiting waiting where
everything's ending here

and all the spanish candles unsold
away have gone to this
and a "run-on piece of mount on"
trembles, shivers, runs down the freeway
i guess she spent her last quarter randomly
i guess a guess is the best i'll do
last time last time
was the best time...
we spent randoml

(Pavement - Here)

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mercoledì, 26 marzo 2008

Marco C

Mentre voliamo nel cielo di Los Angeles, Marco e io ridiamo. Alti verso il sole, o solo verso una cornacchia appesa a un filo elettrico.

In verità non stiamo volando davvero. Lo tengo solo in braccio. Sollevato tra nuvole immaginarie (perché qui non ci sono) e l'erba del giardino.

Siamo guancia a guancia. Morbidamente. Marco ride di gusto. Io ora molto meno. Tra pochi minuti vado all'aeroporto, per tornare a casa.

Il nostro volo però continua. Devo recuperare il cellulare, acchiappato da Marco e portato come un trofeo. Un po' come tutte le altre mie cose (macchina fotografica, ipod, portafogli e carta di credito, per non parlare di quando ha provato a camminare un po' sopra il portatile). Spupazzarlo un po' in braccio, di solito, funziona, per distrarne la presa.

Marco sta per compiere due anni. In questi giorni a LA sono stato un po' il suo baby-sitter e un po' suo amico. Anzi "girlfriend", parola che per lui non ha sesso e indica solo l'amicizia.

Ci siamo capiti quasi subito. Il tempo di allineare il mio inglese zoppicante alla sua lunghezza d'onda. "Up" per essere preso in braccio, poi l'elenco degli alimenti (water, milk, yoghurt, cookie), "back" per tenermi lontano, "I did it" quando gli riusciva qualcosa, "mess" quando pasticciava con la roba da mangiare.

Poi c'era la parola più temuta, "butter", quando si trattava di spalmargli il burro di arachidi sul pane, cosa che a me continua a sembrare poco sana, nostante le meraviglie di proteine e fibre promesse dalla confezione (confesso che un barattolo è tornato a Roma con me, regalo di mio cugino).

Poi c'erano numeri e lettere dell'alfabeto, che lui snocciolava con sicurezza, i nomi degli animali, e i tanti cartoni educativi visti alla tv pubblica americana (roba che farebbe bene anche ai bimbi italiani ma, magari mi sbaglio, qui non mi pare di aver visto).

Tengo ancora un po' le sue guance schiacciate sulle mie. E gli accarezzo i capelli che formano delle virgole lunghe e biondissime, come mi è capitato di fare tante volte, in questi giorni. Marco non accetta l'idea di accompagnarmi all'aeroporto. E la prospettiva temporale offerta dalla mamma di rivederci tra una settimana è qualcosa che a due anni risulta difficile da accettare.

Così, all'aeroporto piange. Ma siamo in due. I suoi occhi meravigliosamente e infallibilmente celesti. I miei maledettamente verdi, quando sono bagnati e illuminati da un sole come quello della California.

Una carezza tra le sue dita, mi giro e prendo il bagaglio. Una lacrima che si stacca dalla mia guancia e vola pesante sul marciapiede. 

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martedì, 25 marzo 2008

Solo il suono del mio passo

"La ricerca della felicità...". La prende da lontano, mentre chiude la macchinetta del caffè. La ricerca della felicità, nelle proprie attitudini, nell'istinto, in ciò che ti piace fare, nel coraggio, nelle radici del passato, dove un giorno tutto si è divaricato.

Quando il Professore si mette anche lui al tavolo della sua casa di Santa Monica, a bere il caffè con me e mio cugino, so che è arrivato uno dei momenti simbolici del viaggio in America. Parlare con lui, come prima con Alex.

Una sorta di guru. Spirituale il giusto. Sto lì da lui per ascoltare. E il Prof è come se mi stesse aspettando da tempo, perché la risposta è immediata.

Per raccontare il Professore, ci vorrebbe un libro. E sarebbe anche avvincente. L'ho conosciuto che girava l'Italia in Vespa, adolescente. L'ho rivisto animatore e studente fuori corso. Lo ritrovo professore di matematica in qualche università di Los Angeles. In tutto, mi pare siano passati 28 anni.

Una specie di Fiorello, ma con la faccia etrusca. Estroverso, simpatico, sfacciato. Tutto si aggiusta, tutto si può fare, basta osare. Uno che sembra prima agisca, poi pensi. Beh, l'esatto mio contrario.

Non so quando si è guadagnato per la prima volta il soprannome di professore. Di certo, è per tutti il Prof, praticamente da quando lo conosco. Dire altro sarebbe superfluo e, tutto sommato, di dettagli ne ho dati anche troppi.

La sua risposta è una delle soluzioni. Non la soluzione. Non ero venuto qui per questo, se non per ascoltare.
Come sto, alla fine del viaggio, lo racconta il frammento di una canzone che Alessandro infila nel lettore cd.


[...] Respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so
sono come, un uomo in cerca di se stesso
no, cosa sono adesso non lo so
sono solo, solo il suono del mio passo...
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà.

(PFM - Impressioni di settembre)

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domenica, 23 marzo 2008

Ti-esse-a

Quando ho mi hanno chiuso in una scatola trasparente, che non era né una cabina di Lascia o Raddoppia, né la doccia dei programmi di Frizzi e Guardì, e mi hanno spruzzato addosso non so cosa mentre tenevo le mani alzate, beh, quando è successo tutto questo, mi sono praticamente visto sparire in qualche stanza segreta, vittima di chissà quale incidente diplomativo.

Sarà stato il raffreddore o la fretta di andare al bagno, ma praticamente mi sono presentato al controllo dell'aeroporto di San Francisco con addosso la cinta, e in tasca la macchina fotografica e un mucchio di monete da un centesimo (peraltro inutili, ma qui se una cosa costa 9,99 ti danno il resto, non in un Paese di mia conoscenza).

Più passavo sotto la macchina, più questa suonava e più estraevo cose dalla tasca, come neanche Doraemon, intonando ogni volta un "I forgot this one, I forgot those". La cosa non ha ammorbidito l'agente che mi ha preso in consegna. Che, invece, mi ha fatto sedere e a incominciato a passarmi al suo metal detector. Che continuava a suonare. A causa di uno splendido paio di pantaloni blu coi tasconi acquistato da Conbipel. Sei tasche, sei bottoni metallici, sette con quello in vita. Se penso che gli avevo fatto la posta per due mesi, a questi pantaloni, in attesa dei saldi...
 
Il tono con cui l'agente mi ha detto che ero italiano era tra lo scherno e la pazienza estrema. Evidentemente, non sono stato il primo a inciampare con tanta leggerezza nei controlli. D'altronde, da noi non ti fanno togliere le scarpe e se dimostri che l'allarme suona per qualcosa che hai in tasca, ti fanno passare senza ulteriori controlli. 

Più o meno il tipo aveva o stesso tono di qualunque etnia incontrata qui, eccetto bianchi e neri. Ispanici e asiatici sembravano farlo apposta a mettermi in difficoltà. una volta vista la debolezza nella lingua, quasi per avere la loro vendetta - magari involontaria - su uno che la parlava peggio di loro. Da questo, salvo solo i nordafricani. Questioni di Mediterraneo, come ricosciuto da quelli con cui ho parlato. E quasi tutti gli asiatici.

Non che il mio inglese fosse così tragico (eccetto Cleveland, che è un mondo a sé). E' che un'ordinazione, qui negli Usa, diventa complicata come un rogito notarile. Le misure della birra, per esempio, sono due. E sono come i vestiti: small e large. Non piccola, media e grande, come siamo abituati. Inoltre ogni cosa che si ordina, dal BigMac al caffé, può essere "to go" o "here". A seconda se vuoi consumarla in loco o in movimento. E, come si sa, gli americani mangiano e bevono mentre camminano, ché quasi quasi ti chiedi come facciamo a ingrassare, visto che dovrebbero bruciare tutto immediatamente. Poi c'è la cottura. Al fast food, crispy o grilled: croccante o grigliato?. Sulla carne, servirebbe un post ad hoc.

Va bene, mi rendo conto che ho divagato. Ma la partenza dell'aereo che mi riportava a LA è stata ritardata di un'ora. Pare abbiano dovuto sostituire uno dell'equipaggio in arrivo da lì. Mi è parso il caso di avvertire mio cugino: il ritardo del volo non è dovuto ai controlli a cui mia ha sottoposto la Transportation Security Administration.    

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