La morte di Dith Pran mi arriva dal telegiornale nel momento in cui mi preparo a mettere fine a questo blog.
Dith Pran era un fotoreporter cambogiano finito quattro anni nei campi di lavoro dei Khmer rossi, dopo che gli era stato impedito di lasciare il paese insieme all'amico e collega americano, Sidney Schenberg. Finalmente riusci ai mettersi in salvo in Thailandia, attraverso i cosiddetti killing fields, i campi di sterminio pieni di scheletri di oppositori del regime, e poi negli Usa.
La sua vicenda, una storia di impegno, amicizia e giornalismo (che non salva neanche gli americani che abbandonano la Cambogia al proprio destino), è raccontata dal meraviglioso "Urla del silenzio".
Il pensiero va alla mia vita, molto più modestamente. Vidi quel film in un cinema di Roma che a metà degli anni 80 era di terza visione, poi è diventato un centro sociale e ora non lo so.
"Urla del silenzio" mi raccontava di un giornalismo serio. Avrò avuto 15 anni ma già dalle elementari sognavo quel mestiere. "Urla del silenzio" fu il primo film che andai a vedere al cinema da solo. E' stato anche l'ultimo.
Ora, del giornalista ho solo il tesserino, ma non il lavoro, anche se ho a che fare con la scrittura. E la donna con cui adoravo andare al cinema, e tutti e due adoravamo parlarne insieme davanti a un bicchiere di vino o di birra, non è da tempo la mia compagna.
Prospettive deprimenti? No, prospettive di cambiamento. Il motore è in panne, ma finalmente so dove mettere le mani.
Curioso il percorso. Così casuale, che alla fine hai voglia di tenerlo insieme in un filo. A parte il valido "Rendition", per il quale ho ricevuto i biglietti, e "Parole Sante" di Ascanio Celestini, che andava visto, pensato e sorriso, alla Festa del Cinema ho scelto tre film che - ho scoperto - avevano voglia di parlarmi. E io di ascoltarli.
"Standing on the corner, suitcase in my hand. Jack is in his corset, Jane is her vest. And me, I'm in a rock'n'roll band". Cuffia piantata nelle orecchie e musica a palla. Sweet Jane di Lou Reed. Come introdurre un tossico in un film. E che tossico. Uno come Del Toro, con una faccia che pare non abbia fatto nessuno sforzo per entrare nella parte.
"Oltre il fuoco" sembra un bel film, ma il giorno dopo non ti lascia molto. E' una storia di elaborazione del lutto, il più straziante. Di un'amicizia e di dipendenza. Halle Berry e Benicio Del Toro sono più bravi della vicenda che vivono. Raccontata con un prevedibile filo retorico, ma anche con una sensibilità femminile che, anche senza saperlo, capisci c'è la mano di una regista donna.
Il lutto non ti fa dormire. E' il sonno che manca, il tempo scolpito nelle cifre lineari di una radio-sveglia. Non è solo morte. Può essere mancanza. Semplice separazione. Un orecchio carezzato a lungo, prima di addormentarsi.
Poi c'è il viaggio di "Into the wild". Il rifiuto e la fuga, la solitudine e la condivisione. Alla fine non c'è una soluzione unica. Se non la libertà. Che significa curiosità, ricerca e scoperta, costanti. Un nuovo e diverso punto di osservazione da scegliersi ogni volta. Senza per questo raggiungere l'Alaska.
Infine, "Natural born star". Film documentario su un ragazzo norvegese che ama il mare. Arriva in Italia in vacanza, diventa un attore di spaghetti western, si innamora e sposa Agostina Belli. Sembrava una vicenda bizzarra, narrata sull'onda emotiva vintage degli anni '70. E' la storia vera di uno che diventa attore per caso, ma che sogna di girare il mondo sulla sua barca. Così finisce la sua storia d'amore, prima che un errore giudiziario gli rovini la vita.
Tra i colori attuali di una cittadina norvegese e della sua casa di 20 metri quadrati, e quelli sgranati o in bianco e nero vecchi di oltre trent'anni, immagini di film del passato, i due protagonisti si prestano al gioco e all'incontro, tra pudore, imbarazzo e un'antica confidenza condivisa. Fred Robsham, lasciando l'Italia, le promette che un giorno, da vecchio, tornerà. La finzione, che non è finzione, gli offre l'occasione di farlo, con qualche anno d'anticipo.
Perché chi ha provato amore una prima volta, amerà per sempre. Dice il protagonista, anziano e solo, puro e malfermo.
E' successo. Lo avevo minacciato da giorni. Qualcuno assecondava il matto, altri tagliavano corto infastiditi. Alla fine, ho passeggiato sul Red Carpet della Festa del Cinema. Non sono stato l'unico. Puoi farlo in uscita dall'Auditorium, te lo concedono in entrata, se c'è un grosso flusso di persone.
Io l'ho fatto in compagnia di mio fratello Goreque, tra due ali di folla con penna e foglio in mano, giornalisti più o meno rampanti, flash puntati addosso, seguito in un lungo primo piano dalla telecamera panoramica. Il tempo di finire vanitosamente la passerella, e ho capito il perché tutta quella gente in attesa. Dietro di noi è arrivato Sean Penn. Sfatto, spettinato e con la sigaretta accesa, tra le dita e pendente sulle labbra, s'è fatto anche lui il Red Carpet, distribuendo nicotina e autografi.
"Into the wild" è un film splendido (e il sito un'esperienza all'altezza). La fuga e il viaggio, estetici ed estremi. È la libertà, e i modi, alla fine mai univoci, per raggiungerla. La solitudine e la condivisione, vissute, rifiutate, cercate. È camminare a piedi nella neve, vivere chiusi dentro casa, avere una casa su quattro ruote. Altro non dirò, per non rovinare la curiosità di chi vuole vederlo.
Però "Into the wild" è anche, in parte, anche i luoghi che sto disegnando sulla mappa di un viaggio, masticato e prossimo (anche se né io ne lui, il viaggio, sappiamo quanto prossimo). Luoghi che ieri sera ho smesso di immaginare, perché li ho visti, finalmente. Filtrati da una lacrima.
Vorrei che chiunque si sta mettendo in viaggio, da solo o in compagnia, vedesse questo film.