satyra

dalla parte di una trottola sedentaria
martedì, 01 aprile 2008

With loves, and hates, and passions just like mine, they were born, and then they lived, and then they died

Due settimane fa. Guardo Roma-Milan con mio cugino e il figlio. Tutto sommato è divertente vedere la partita interrotti da un bambino di due anni, tanto più se hai la possibilità di premere il tasto "Pause". A Los Angeles è mezzogiorno e mezzo. Il deserto è alle spalle. Come l'ultima tappa del viaggio in macchina: Salvation Mountain.

La creazione di uno strano uomo, ora secco e storto nei suoi 75 anni, la pelle segnata per sempre dal sole. La sua macchina si ruppe lì 25 anni fa e la permanenza, che doveva essere di una settimana, è diventata un per sempre. "Dio è amore", ripete Leonard Knight nella sua scultura di sabbia e paglia, colorata con la vernice acrilica che la gente gli fa arrivare. E lo dice anche a me.

Salvation Mountain è un luogo d'amore. In un sincretismo religioso, spirituale o solo fricchettone. In mezzo alla sabbia alzata dal vento, che porta con sé la puzza di sale dell'acqua stantia di Salton Sea. Avevo già deciso di andare nel deserto, quando vedere Leonard Knight in "Into the wild" mi ha dato la conferma che il viaggio era sulla giusta strada.

Sono rimasto a guardare Salvation Mountain a lungo, pensando all'amore. Amato. Ricambiato. Deluso. Calpestato. Prepotente. Impotente. Commuovendomi. Provando a scrivere una mail che non è mai partita. E non avrebbe cambiato alcun destino. Ero definitivamente pronto alla vita. Ma quella vita se n'era andata da un po'.

Ora mantengo la promessa fatta un mese fa, prima di partire. Chiudere queste pagine. Perché forse, davvero, un pezzo di vita si è concluso. Dopo 37 anni, quattro di pura meraviglia, e tre settimane da solo in giro per gli Stati Uniti.

Semplicemente, non aggiornerò più il blog. E tutti quelli che passeranno... spero ci trovino un po' d'amore. Chi capiterà per caso, chi mi conosce, chi può capire. E dire: "Gianluca ha amato davvero".

PS: La canzone giusta la trovo suonata casualmente in un negozio di dischi di Dublino, dove mi fermo una giornata prima di ritornare a Roma. Acquisto subito il cd. E' l'ultima canzone d'amore. Prima di prepararsi alla nuova vita. E di smetterla di crogiolarsi in questo stato. Questo addolorato giovane Werther, decisamente fuori tempo massimo, passa e chiude.

All the towers of ivory are crumbling
And the swallows have sharpened their beaks
This is the time of our great undoing
This is the time that I'll come running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
One more time

The light in our window is fading
The candle gutters on the ledge
Well now sorrow, it comes a-stealing
And I'll cry, girl, but I'll come a-running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
Once again

Gone are the days of rainbows
Gone are the nights of swinging from the stars
For the sea will swallow up the mountains
And the sky will throw thunder-bolts and sparks
Straight at you
But I'll come a-running
Straight to you
But I'll come a-running
One more time

Heaven has denied us its kingdom
The saints are drunk howling at the moon
The chariots of angels are colliding
Well, I'll run, babe, but I'll come running
Straight to you
For I am captured
Straight to you
For I am captured
One more time

(Nick Cave - Straight to you)

postato da eric7 alle ore 17:18 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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sabato, 29 marzo 2008

GEt me. -1

Sull'aereo che mi portava a New York, pensavo a che tipo di risposte avrebbero dovuto darmi tre settimane negli Stati Uniti.

Un po' troppo in anticipo, visto che avevo lasciato casa da otto ore. Conoscendomi, ero certo che il viaggio mi avrebbe cambiato. Ma solo per qualche settimana. Prima di tornare nel binario che, pare, mi piace tanto percorrere.

Approccio sbagliato. Non erano le risposte che dovevo cercare. Di domande me n'ero fatte anche troppe. Molte troppo tardi.

Fare (le cose), non farsi (le domande). Tutto qui. Spostarsi ogni uno o due giorni, mangiare e farsi capire, da straniero. Ma soprattutto far passare il tempo, da solo. Strappando la pagina del mio vocabolario alla pagina "dovere". Allora ho riconosciuto la libertà e quanto sono maledettamente legato a chi me l'ha insegnata.

Quattro giorni erano pochi per fare un bilancio, la prima volta che ne ho sentito il bisogno. Ora, con tre settimane alle spalle, un pezzo di mondo visto, la capacità di agire da solo e il mediocre ritorno a casa, posso dire di aver imparato qualcosa: non si cercano risposte. E non si fanno bilanci.

Si fa. E di cose da fare ce ne sono. Lo scrivo, mentre mi oppongo a una lancetta che mi sfonda il petto: segna un conto alla rovescia che sta per separarmi per sempre da ciò che sono stato e da chi ho amato. 

I don't see you
I won't call you
I don't know enough to stall you
Is it me, or is it all you?
Guess, it's on and on

On a day, maybe I'd show you
But it's the least of all I go through
But the thing is I don't know you
And it's on and on

Trembling words don't make my eyes close
And if anyone but you'd know
I can't find out 'cause it won't show
And it's on and on

Every dream is shot by daylight
And I pray that maybe you're right
But if you don't, maybe I might
'Cause it's on and on

When it takes to long, I lose it
I'll just hang while you abuse it
If you knew, then why'd you choose it?
'Cause it's on and on

You're not gonna get me through this are you?
You're not gonna get me through this are you?
 
Anytime I'm there to show you
And if it takes too long I know you
You're out the door just leavin' me screwed
And it's on and on

Everytime I try to fight it
It's so hard to seem excited
And if you don't
try and bite it
And it's on and on

You're not gonna get me through this are you?
You're not gonna get me through this are you?

I don't see you
I won't call you
I don't know enough to stall you
Is it me, or is it all you?
Guess, it's on and on

Every dream is shot by daylight
And I pray that maybe you're right
But if you don't maybe I might
Cause it's on and on

(Dinosaur Jr - Get Me) 

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venerdì, 28 marzo 2008

everything's ending here. -2

A me San Francisco non è piaciuta. Sarò l'unico. Il perché l'ho scritto. Lungo tutta Market Street, la strada principale che porta ai gratatcieli del distretto finanziario e poi al mare, troppa povertà vista in giro. E ancora non ho capito se era davvero una dimostrazione di fratellanza, tolleranza o semplice lasciar vivere.

Però mentre il vento spezzava la gola, e il freddo caricava un raffreddore che mi porto dietro da una settimana, mi sono rintanato nel Virgin Megastore. Una sorta di paradiso terrestre musicale dove alla voce rock/pop trovavi tutto l'immaginabile, death metal compreso, e a ogni lettera dell'alfabeto aveva un espositore lungo come una porta di calcio.

Ad Alessandro ho regalato l'ultimo disco di Morrissey, quello registrato a Roma. Quello riascoltato in concerto a Ostia, due anni fa, in una delle giornate in cui i sogni si realizzano. Era stato proprio Alessandro a prestarmi The Queen is dead e a farmi scoprire gli Smiths.

Alla moglie Heidi, Twelve di Patti Smith. Spirituale disco di cover. Anche a lei lego un ricordo. Una notte di settembre (anche quelle molto fredda), a Fiuggi, il palco diviso con Lou Reed. E il concerto dello scorso luglio, alla cavea dell'Auditorium di Roma. Quando per me le realtà facevano a cazzotti, contendendosi un passato e un futuro, che perdevano brandelli.

Due dischi recenti, che forse non rientrano nei loro gusti, ma che vorrei facessero loro almeno una parte del bene che hanno significato per me.

A me ho regalato qualunque cosa fosse in offerta o a prezzo conveniente rispetto all'Italia. Questo, per me, è fare shopping in America col cambio favorevole (t-shirt a parte, dove ho speso più che per dormire). Ho portato a casa il primo disco dei Mars Volta, che mi provocano ansie, però sono il massimo dell'esecuzione rock, al momento; Welcome to the Pleasuredome dei Frankie goes to Hollywood, perché non si batte, è un pezzo di prima adolescenza e c'è una coraggiosa cover di Born to run di Springsteen; l'ultimo dei Radiohead in una confezione speciale, Johnny Cash live a Folsom Prison (regalato a papà).

A questi, si aggiungono tre dischi che per me rappresentano gli anni '90, forse il momento della divaricazione tra sogni che non ho più seguito e realtà alla quale mi sono accodato senza domande. Tutti e tre li ho comprati a suo tempo, tutti e tre li ho venduti per racimolare qualche lira da studente: Sebadoh III dei Sebadoh, Where you been dei Dinosaur Jr e Slanted and Enchanted dei Pavement. Musica lo-fi e rock assai distorto. Ristampati in edizione de luxe.

Era giusto che tornassero nella collezione di cd, prima del prossimo viaggio. Che sarà più lungo, molto più lungo, di tre settimane negli Usa. Magari li ascolterò una volta sola. Ma sarà come incontrare chi hai amato dopo tanto tempo. Prima di partire.

L'appuntamento è con una canzone in particolare. La metto, e la rimetto. E, nel mentre, a proposito di amici, chatto con m4dt3o, e con Sab che ci osserva, due che per un po' hanno deciso di picchettare la tenda a Cork.


i was dressed for success
but success it never comes
and i'm the only one who laughs
at your jokes when they are so bad
and your jokes are always bad
but they're not as bad as this

come join us in a prayer
we'll be waiting waiting where
everything's ending here

and all the sterile striking it defends
an empty dock you cast away
and rain upon your forehead
where the mist's for hire if it's just too clear
let's spend our last quarterstance randomly
go down to the outlet once again

painted portraits of minions & slaves
crotch mavens and one night plays
are they the only ones who laugh?
at the jokes when they are so bad
and the jokes they're always bad
but they're not as bad as this

come join us in a prayer
we'll be waiting waiting where
everything's ending here

and all the spanish candles unsold
away have gone to this
and a "run-on piece of mount on"
trembles, shivers, runs down the freeway
i guess she spent her last quarter randomly
i guess a guess is the best i'll do
last time last time
was the best time...
we spent randoml

(Pavement - Here)

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mercoledì, 26 marzo 2008

Marco C

Mentre voliamo nel cielo di Los Angeles, Marco e io ridiamo. Alti verso il sole, o solo verso una cornacchia appesa a un filo elettrico.

In verità non stiamo volando davvero. Lo tengo solo in braccio. Sollevato tra nuvole immaginarie (perché qui non ci sono) e l'erba del giardino.

Siamo guancia a guancia. Morbidamente. Marco ride di gusto. Io ora molto meno. Tra pochi minuti vado all'aeroporto, per tornare a casa.

Il nostro volo però continua. Devo recuperare il cellulare, acchiappato da Marco e portato come un trofeo. Un po' come tutte le altre mie cose (macchina fotografica, ipod, portafogli e carta di credito, per non parlare di quando ha provato a camminare un po' sopra il portatile). Spupazzarlo un po' in braccio, di solito, funziona, per distrarne la presa.

Marco sta per compiere due anni. In questi giorni a LA sono stato un po' il suo baby-sitter e un po' suo amico. Anzi "girlfriend", parola che per lui non ha sesso e indica solo l'amicizia.

Ci siamo capiti quasi subito. Il tempo di allineare il mio inglese zoppicante alla sua lunghezza d'onda. "Up" per essere preso in braccio, poi l'elenco degli alimenti (water, milk, yoghurt, cookie), "back" per tenermi lontano, "I did it" quando gli riusciva qualcosa, "mess" quando pasticciava con la roba da mangiare.

Poi c'era la parola più temuta, "butter", quando si trattava di spalmargli il burro di arachidi sul pane, cosa che a me continua a sembrare poco sana, nostante le meraviglie di proteine e fibre promesse dalla confezione (confesso che un barattolo è tornato a Roma con me, regalo di mio cugino).

Poi c'erano numeri e lettere dell'alfabeto, che lui snocciolava con sicurezza, i nomi degli animali, e i tanti cartoni educativi visti alla tv pubblica americana (roba che farebbe bene anche ai bimbi italiani ma, magari mi sbaglio, qui non mi pare di aver visto).

Tengo ancora un po' le sue guance schiacciate sulle mie. E gli accarezzo i capelli che formano delle virgole lunghe e biondissime, come mi è capitato di fare tante volte, in questi giorni. Marco non accetta l'idea di accompagnarmi all'aeroporto. E la prospettiva temporale offerta dalla mamma di rivederci tra una settimana è qualcosa che a due anni risulta difficile da accettare.

Così, all'aeroporto piange. Ma siamo in due. I suoi occhi meravigliosamente e infallibilmente celesti. I miei maledettamente verdi, quando sono bagnati e illuminati da un sole come quello della California.

Una carezza tra le sue dita, mi giro e prendo il bagaglio. Una lacrima che si stacca dalla mia guancia e vola pesante sul marciapiede. 

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martedì, 25 marzo 2008

Solo il suono del mio passo

"La ricerca della felicità...". La prende da lontano, mentre chiude la macchinetta del caffè. La ricerca della felicità, nelle proprie attitudini, nell'istinto, in ciò che ti piace fare, nel coraggio, nelle radici del passato, dove un giorno tutto si è divaricato.

Quando il Professore si mette anche lui al tavolo della sua casa di Santa Monica, a bere il caffè con me e mio cugino, so che è arrivato uno dei momenti simbolici del viaggio in America. Parlare con lui, come prima con Alex.

Una sorta di guru. Spirituale il giusto. Sto lì da lui per ascoltare. E il Prof è come se mi stesse aspettando da tempo, perché la risposta è immediata.

Per raccontare il Professore, ci vorrebbe un libro. E sarebbe anche avvincente. L'ho conosciuto che girava l'Italia in Vespa, adolescente. L'ho rivisto animatore e studente fuori corso. Lo ritrovo professore di matematica in qualche università di Los Angeles. In tutto, mi pare siano passati 28 anni.

Una specie di Fiorello, ma con la faccia etrusca. Estroverso, simpatico, sfacciato. Tutto si aggiusta, tutto si può fare, basta osare. Uno che sembra prima agisca, poi pensi. Beh, l'esatto mio contrario.

Non so quando si è guadagnato per la prima volta il soprannome di professore. Di certo, è per tutti il Prof, praticamente da quando lo conosco. Dire altro sarebbe superfluo e, tutto sommato, di dettagli ne ho dati anche troppi.

La sua risposta è una delle soluzioni. Non la soluzione. Non ero venuto qui per questo, se non per ascoltare.
Come sto, alla fine del viaggio, lo racconta il frammento di una canzone che Alessandro infila nel lettore cd.


[...] Respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so
sono come, un uomo in cerca di se stesso
no, cosa sono adesso non lo so
sono solo, solo il suono del mio passo...
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà.

(PFM - Impressioni di settembre)

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domenica, 23 marzo 2008

Ti-esse-a

Quando ho mi hanno chiuso in una scatola trasparente, che non era né una cabina di Lascia o Raddoppia, né la doccia dei programmi di Frizzi e Guardì, e mi hanno spruzzato addosso non so cosa mentre tenevo le mani alzate, beh, quando è successo tutto questo, mi sono praticamente visto sparire in qualche stanza segreta, vittima di chissà quale incidente diplomativo.

Sarà stato il raffreddore o la fretta di andare al bagno, ma praticamente mi sono presentato al controllo dell'aeroporto di San Francisco con addosso la cinta, e in tasca la macchina fotografica e un mucchio di monete da un centesimo (peraltro inutili, ma qui se una cosa costa 9,99 ti danno il resto, non in un Paese di mia conoscenza).

Più passavo sotto la macchina, più questa suonava e più estraevo cose dalla tasca, come neanche Doraemon, intonando ogni volta un "I forgot this one, I forgot those". La cosa non ha ammorbidito l'agente che mi ha preso in consegna. Che, invece, mi ha fatto sedere e a incominciato a passarmi al suo metal detector. Che continuava a suonare. A causa di uno splendido paio di pantaloni blu coi tasconi acquistato da Conbipel. Sei tasche, sei bottoni metallici, sette con quello in vita. Se penso che gli avevo fatto la posta per due mesi, a questi pantaloni, in attesa dei saldi...
 
Il tono con cui l'agente mi ha detto che ero italiano era tra lo scherno e la pazienza estrema. Evidentemente, non sono stato il primo a inciampare con tanta leggerezza nei controlli. D'altronde, da noi non ti fanno togliere le scarpe e se dimostri che l'allarme suona per qualcosa che hai in tasca, ti fanno passare senza ulteriori controlli. 

Più o meno il tipo aveva o stesso tono di qualunque etnia incontrata qui, eccetto bianchi e neri. Ispanici e asiatici sembravano farlo apposta a mettermi in difficoltà. una volta vista la debolezza nella lingua, quasi per avere la loro vendetta - magari involontaria - su uno che la parlava peggio di loro. Da questo, salvo solo i nordafricani. Questioni di Mediterraneo, come ricosciuto da quelli con cui ho parlato. E quasi tutti gli asiatici.

Non che il mio inglese fosse così tragico (eccetto Cleveland, che è un mondo a sé). E' che un'ordinazione, qui negli Usa, diventa complicata come un rogito notarile. Le misure della birra, per esempio, sono due. E sono come i vestiti: small e large. Non piccola, media e grande, come siamo abituati. Inoltre ogni cosa che si ordina, dal BigMac al caffé, può essere "to go" o "here". A seconda se vuoi consumarla in loco o in movimento. E, come si sa, gli americani mangiano e bevono mentre camminano, ché quasi quasi ti chiedi come facciamo a ingrassare, visto che dovrebbero bruciare tutto immediatamente. Poi c'è la cottura. Al fast food, crispy o grilled: croccante o grigliato?. Sulla carne, servirebbe un post ad hoc.

Va bene, mi rendo conto che ho divagato. Ma la partenza dell'aereo che mi riportava a LA è stata ritardata di un'ora. Pare abbiano dovuto sostituire uno dell'equipaggio in arrivo da lì. Mi è parso il caso di avvertire mio cugino: il ritardo del volo non è dovuto ai controlli a cui mia ha sottoposto la Transportation Security Administration.    

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sabato, 22 marzo 2008

Impressioni dalla Baia

San Francisco forse neanche un europeo se l'aspetta così. Non fa davvero molto per offrire un aspetto ripulito (certo, una città americana sporca è sicuramente più pulita della gran parte delle italiane). Anzi, a un primo sguardo, San Francisco sembra voler ostentare le proprie contraddizioni. Coi senzatetto che incontri quasi ovunque, con i loro carrelli. Ho visto più tossici in mezz'ora a South of Market che in 37 anni a Roma. E' come se la città, consapevole della sua storia mai allineata ai costumi del paese, volesse dire: "Si sta tutti insieme su questa terra. Tanto più su una terra particolarmente friabile, come quella californiana".

Il Caffé Trieste, da dove sorseggio il primo cappuccino in territorio Usa (esperienza da non ripetere, mi dico. Invece, la rifarò esattamente il giorno dopo. Eppure, a vederlo, viene preparato secondo i canoni), mi dice che questa città sembra quasi più preoccupata di lucidare il proprio passato che il suo presente. Su questa porzione di Market Street (la strada principale del centro, che la taglia quasi in diagonale), la metà degli esercizi commerciali hanno insegne usurate e sono chiusi. Mentre un muro del Caffé ricorda alcuni frequentatori illustri. Guardo la foto e la dedica di Lawrence Ferlonghetti. Parto per i miei giri in città.

Vedere la povertà in ogni angolo fa davvero impressione. Tanto più se giri solo, devi farlo la sera e hai qualche difficoltà a comprendere la lingua, che poi qui sono tre (oltre all'inglese, ci sono spagnolo e cinese). Tenderloin, per esempio, è pieno di ricoveri per senza tetto, mense e istituti di solidarietà. È nel quartiere dei teatri, e a pochi passi dai grattacieli del Financial Center. Manhattan era sostanzialmente, e volutamente, ripulita. Qui no. Magari è solo tolleranza.

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mercoledì, 19 marzo 2008

A thousand miles ago (Rocket man)

Impronte digitali all'aeroporto. Vista dall'85° piano dell'Empire State Building. Facoltà universitarie che a Boston stanno praticamente in ogni edificio. Mangiare in un diner, dove aspetti ti vengano a servire Alice, Vera o Flo e che ai fornelli ci sia Mel (per chi lo ricorda). Scoiattoli che attraversano la strada. Tutto bello. O sorprendente.

Ma ho capito di essere davvero negli Stati Uniti quando da Las Vegas ho lasciato la Interstate 15 in direzione nord e imboccato la strada per la Death Valley. Non lo sapevo, ma avevo davanti 1000 miglia da percorrere in tre giorni.

L'unica radio captata era sui 97.1: Point97. Trasmette rock. Nessuno con cui dividere la strada, che procedesse nell'uno e nell'altro senso. Unica macchina. Rocce e sabbia che cominciavano a fare da spettatori. A quel punto, ero davvero solo. A quel punto, ho capito che ero davvero dove avrei sempre voluto essere, un giorno.

Poi è venuto Zabriskie Point, che ti toglie il fiato. Ma non è l'unico luogo della Death Valley. Poi il deserto del Mojave, col paesaggio che passa da rocce nere a comuli di cenere, da sabbia a sale. Poi l'esperienza più allucinante, quella del parco nazionale Joshua Tree.

Dove ti accolgono alberi unici al mondo, dove i terremoti hanno ammucchiato capricciosamente gigantesche pietre tonde, con espressioni e forme che sembrano quasi disegnate da Gaudì. Dove pare ti abbiano fiondato su Marte. O magari capisci semplicemente come abbiano fatto gli americani a immaginare tanti paesaggi da fantascienza.

Mille miglia per raggiungere Los Angeles da Las Vegas, quando in teoria ce ne vorrebbero circa 260. In alcuni di questi deserti ho guidato di notte, come nella Death Valley o ad Anza Borrego. Nel silenzio e senza mai incrociare nessuno. Correndo per strade strette e tortuose, rallentando per godere di quel poco che intuivo. Nel buio pesto.

Ma il pensiero torna all'ingresso nella Valle della Morte. Quando 97Point ha suonato una canzone che non avrei mai pensato di citare qui, ma chissà quante volte avevo sentito in qualche telefilm di terza categoria.

E' allora che mi sono emozionato. Mentre guidavo. Ero lì dove avrei voluto sempre essere. Ma se ero lì, era perché ero solo. Consapevole di tutto. Delle scelte fatte, e di quelle mancate. E' allora che ho pianto.

She packed my bags last night pre-flight
Zero hour nine a.m.
And I'm gonna be high as a kite by then
I miss the earth so much I miss my wife
It's lonely out in space
On such a timeless flight

And I think it's gonna be a long long time
Till touch down brings me round again to find
I'm not the man they think I am at home
Oh no no no I'm a rocket man
Rocket man burning out his fuse up here alone

Mars ain't the kind of place to raise your kids
In fact it's cold as hell
And there's no one there to raise them if you did
And all this science I don't understand
It's just my job five days a week
A rocket man, a rocket man

And I think it's gonna be a long long time...

(Elton John - Rcket man)

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lunedì, 17 marzo 2008

Bombay beach, salton sea, california

A quanto pare negli Usa, se non hai più niente da fare nella vita, ti ritiri. Possibilmente al caldo. I pensionati che vanno a finire i loro giorni in Florida sono noti. Non so, invece, se Salton Sea sia un posto altrettanto giusto. Di certo, dopo Badwater, è la seconda maggiore depressione della nazione, a meno 60 metro sotto il livello del mare.

Mi fermo a Bombay Beach, sulla costa est di questo lago salato nato a inizio secolo, quando dopo due anni di lavoro fu finalmente incanalata un'inondazione del fiume Colorado. Una volya che l'acqua in gran parte evaporò, rimase troppo sodio. A volte troppo anche per potersi bagnare. Così erano evaporati anche i sogni di chi voleva farne una località di villeggiatura di richiamo.

Bombay Beach sembra una sorta di campeggio senza recinzione. Roulotte o casette, disposte secondo le linee rette e perpendicolari dell'urbanistica americana. Le strade sono di sabbia. Una delle fantasie tra i 10 e i 13 anni era che si potesse vivere tutto nel camping dove passavamo l'estate. Con le stesse persone. Qui sembra che accada davvero.

Lo Ski Inn, dall'insegna, promette birra ghiacciata. Rinuncio, perché devo guidare, e qui le leggi sono serie, prima che severe. Mangio, e bene, un toast che abbraccia un hamburger e tante cipolle, e un'insalata che sazierebbe tre persone (lattuga, pomodori, uova sode e cipolle, naturalmente).

Il ristorante è gestito da due vecchietti. Viaggiamo sopra i 60. Lei, rughe squadrate come dieci isolati, pelle chiara e rossetto, si occupa della cucina. Lui della cassa, cioè di una calcolatrice in cui digita una cifra ogni dieci secondi, tanto che il conto lo farebbe prima a mente.

Ma più spesso, quando non la spilla, stappa lattine di birra. Ascolta le discussioni degli avventori che gli stanno a mezzo metro, con lo stesso ditacco di un passante che guarda in una vetrina. La clientela è fatta di ultrassantenni con quelche difficoltà motoria o di espressione verbale. Però vanno avanti a birre e partite di biliardo che è una bellezza.

Arriva una macchina con lo stereo a palla: suona "Who'll stop the rain" dei Creedence Clearwater Revival (sì, capita di nuovo). Qui di pioggia credo ne vedano davvero poca. Riparto verso l'ultima tappa del viaggio.

Long as I remember
The rain been coming down
Clouds of mystery falling
Confusion on the ground
Good men through the ages
Trying to find a sun
And I wonder, still I wonder
Who'll stop the rain

I went down Virginia
Seeking shelter from the storm
Caught up in the fable
I watched the tower grow
About your plans for new year
Wrapped in golden chains
And I wonder still I wonder
Who'll stop the rain

Heard the singers playing
How I cheered for more
The crowd had rushed together
Trying to keep warm
And still the rain kept falling
falling on my head
And I wonder still I wonder
Who'll stop the rain

(Creadence Clearwater Revival-Who'll stop the rain -
In versione Springsteen)

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giovedì, 13 marzo 2008

Shoshone, California

Al Crowbar di Shoshone, in California, appena usciti dal parco nazionale della Death Valley, i dolci per la colazione sono infornati al momento.

Ti servone due ragazzone che sembrano lanciatrici di giavellotto della vecchia scuola sovietica. Gentilissime. Soprattutto, capisco quando parlano. A differenza di quelli di Cleveland.

Shoshone dichiara 100 abitanti. Non so se contano anche gli ospiti del campeggio. La Lonely Planet gliene accredita 70, Wikipedia, citando un censimento, 52. Di sicuro ci sono un cafe-saloon, un benzinaio, un ufficio postale, un market, un motel e un museo.

Tovaglie di vilpelle, neanche fosse la poltrona di un ragioniere, tovaglie però che portano con onore i loro anni. Solito bancone e soliti tavolini.

Io ho fame e mangio tutto. La camminata nella Death Valley si fa sentire. Insalata, che viene rigorosamente servita per prima, seguita da petto di pollo guarnito di verdure, e le patatine fritte, tagliate a mano.

Doppio la birra "amber" alla spina. La servono in un barattolo che da noi normalmente contiene marmellata o miele. Offrono il terzo giro: sarebbe gratis, ma declino.

Nell'altra sala schioccano le palle al tavolo da biliardo. Dalle casse, il meglio dei Creedence Clearwater Revival. E anche per questo ringrazio.

Left a good job in the city,
Working for The Man every night and day,
And I never lost one minute of sleeping,
Worrying 'bout the way things might have been.

Big wheel keep on turning,
Proud Mary keep on burning,
Rolling, rolling, rolling on the river.

Cleaned a lot of plates in Memphis,
Pumped a lot of 'tane down in New Orleans,
But I never saw the good side of the city,
Until I hitched a ride on a river boat queen.

Big wheel keep on turning,
Proud Mary keep on burning,
Rolling, rolling, rolling on the river.

Rolling, rolling, rolling on the river.
If you come down to the river,
Bet you gonna find some people who live.
You don't have to worry 'cause you have no money,
People on the river are happy to give.

Rolling, rolling, rolling on the river.
Rolling, rolling, rolling on the river.
Rolling, rolling, rolling on the river.

(Proud Mary - Creadence Clearwater Revival

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